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Vinta dal degrado l’antica cartiera lungo l’Era

LA BORRA. In principio era un mulino, a cui in seguito venne affiancato un frantoio per poi ampliarsi fino

a diventare anche una fabbrica di carta, che però poi venne smantellata. Oggi è un rudere in piena regola di proprietà privata inserito nel piano regolatore con destinazione turistico-ricettivo, ma che difficilmente vedrà sorgere sulle sue ceneri un albergo, un agriturismo o una misera casa-vacanza
LA BORRA. In principio era un mulino, a cui in seguito venne affiancato un frantoio per poi ampliarsi fino a diventare anche una fabbrica di carta, che però poi venne smantellata. Oggi è un rudere in piena regola di proprietà privata inserito nel piano regolatore con destinazione turistico-ricettivo, ma che difficilmente vedrà sorgere sulle sue ceneri un albergo, un agriturismo o una misera casa-vacanza. La cartiera della Borra è semplicemente abbandonata a se stessa, sperando che nessuno ci si avventuri dentro, coperta dalla vegetazione e privata di tutto ciò che ne ha caratterizzato la sua storia. Già, perché di storia si tratta. I primi cenni si hanno nel 1868, come scritto sul sito www.industriadellamemoria.it, con la denominazione di “terreno vitato pioppato”, su cui viene costruito, nel 1877, un mulino ad acqua sotto la proprietà di Angelo Cavallini. Nel 1884 su quel terreno sorge un fabbricato che, del 1901 viene utilizzato anche come frantoio per olio ricavato dalle sanse (noccioli delle olive frantumati) con il solfuro di carbone. Dal 1924 diventa anche una cartiera, che utilizza la paglia come materia prima. La ditta che la realizza è la “Fratelli Cipollini e Baschieri”, dopo vari passaggi di proprietà del terreno.

Nel 1940, altro cambio di proprietà, giusto nell’anno in cui nasce Romano Castellani, testimone degli anni futuri di quello che lui stesso definisce «il paradiso dei tanti bambini e dei ragazzi che la sceglievano ogni giorno per passarci qualche ora spensierata». Castellani ha abitato proprio nella cartiera per 18 anni. «C’era un edificio all’interno del quadrilatero della struttura - racconta - che era stato destinato ad alcune famiglie di dipendenti e a contadini. Mia nonna Consiglia Zucchelli lavorava nei campi, mentre mio padre Dante Castellani lavorava nella cartiera. Le mie due sorelle ed io siamo cresciuti in quel posto meraviglioso. L’Era in quel punto è come se strozzasse il suo percorso in un angolo di natura unico e con una struttura che, se rimessa in sesto, sarebbe un punto d’incontro molto importante per chi vive da queste parti. A vederla ridotta così mi si stringe il cuore». Impossibile dargli torto. Se prima gli abitanti della Borra, ma anche i pontederesi e i ponsacchini ci passavano i pomeriggi a fare il bagno e a pescare, adesso avvicinarsi non è proprio il massimo della vita.

Bidoni vuoti con su scritto il logo di una nota marca di benzina salutano i passanti dalla pista ciclabile, facendo bella mostra di se a pochi centimetri “dall’ingresso principale”, fatto di un cancelletto con una rete verde, sapientemente aperta a mo’ di tondo. Si entra e tutto è vegetazione o macerie. Alberi, erbacce, ma anche tegole e travi pericolanti, scalette e muri con scritte vecchie di anni, fatti di scorribande al suo interno per rubare quel che restava della vecchia storia e combinare chissà quale guaio. Tegole pericolosamente adagiate su quel che resta del tetto, vecchi pozzetti di scolo alla portata di chiunque e infine la riva dell’Era, da cui si sente il fruscio dell’acqua che proprio davanti alla vecchia cartiera subisce un dislivello, come una piccola cateratta, che un tempo favoriva l’ingresso dell’acqua nella fabbrica per la lavorazione della paglia e la produzione della carta, grazie a un macchinario i cui resti sono sempre attaccati alla ringhiera della riva. «D’estate si vedono anche i pesci saltare proprio in corrispondenza della piccola cascata, è un vero spettacolo», racconta un vicino della cartiera, Piero Bertelli.

Prima del fiume però, vegetazione preponderante e quasi impossibile da superare, condita da grossi pezzi di vetro abbandonati e poco più in là una mini-discarica abusiva, giusto per non farsi mancare nulla, fatta di reti per i letti e materiali vari abbandonati in maniera ordinata, a dir la verità. Uno sull’altro, quasi a occupare il minor spazio possibile. Viene da alzare gli occhi al cielo, ma inevitabilmente si scorge il camino (costruito nel 1950, ricurvo e in bilico, anche se in buono stato, stando agli esperti) e il magone riprende. Dal 1957 (anno del fallimento della cartiera e del relativo smantellamento della produzione) a oggi la ferita è andata via via peggiorando, senza che nessuno la rimarginasse. Sotto al terreno passa un metanodotto. L’amministrazione comunale di Pontedera dice che si trova su un terreno a vincolo idrogeologico molto alto (livello 4) e che è difficile costruirci qualcosa sopra. La proprietà, attraverso lo studio dei geometri Falconi e Lazzereschi, fa sapere che
la situazione è monitorata, ma che difficilmente si potrà realizzarci qualcosa. «E chi ci andrebbe?», è la domanda retorica posta dai tecnici. Difficile dare una risposta, anche se, viste le condizioni dello stabile, forse è bene che non ci vada nessuno. Potrebbe farsi male o rimanerci anche peggio

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