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Banca vende azioni a rischio, ora dovrà risarcire il cliente

Imprenditore edile pistoiese acquistò nel 2012 ventimila euro di titoli illiquidi. Il giudice: non lo informarono dei rischi. Contratto annullato e soldi restituiti

PISTOIA. Risoluzione del contratto quadro e dei successivi ordini di acquisto, e obbligo per la banca al risarcimento del danno sofferto dal cliente. Questa la decisione del tribunale civile di Pistoia, a cui si era rivolto un imprenditore che, recita l’ordinanza emessa dal tribunale, “a fronte della dichiarata volontà di investire in titoli non rischiosi per conservare il capitale, si è visto offrire dall’intermediario l’acquisto di titoli caratterizzati da illiquidità, ovvero dalla maggiore difficoltà ad essere scambiati sul mercato regolamentato dalla Consob”.

L’indennizzo per la vendita di 20mila euro di azioni illiquide è stato deciso dal tribunale monocratico di Pistoia, in particolare dalla giudice Laura Maione, il 30 gennaio. Con un procedimento sommario di cognizione e non tramite rito ordinario, che avrebbe reso più lunghi i tempi per avere un giudizio. Uno dei primi casi in Italia. Dal ricorso della ditta di costruzioni all’ordinanza della giudice sono passati solo sei mesi.

Ma andiamo con ordine. Nell’ottobre del 2012 il titolare di un’azienda edile di Pistoia ha chiesto un mutuo alla Cassa di risparmio di Orvieto (filiale di via Vannucci). Secondo quanto spiegato in fase di ricorso, la banca avrebbe suggerito azioni emesse dalla “casa madre”, la Banca Popolare di Bari, garantendo che in questa maniera sarebbe stato più facile ottenere il mutuo. La banca infatti stava per trasformarsi, diventare spa ed essere quotata in borsa. Per cui presentarsi in direzione come socio e non come cliente avrebbe facilitato l’erogazione del mutuo. Di questo “collegamento” tra le due operazioni, ad onor del vero, il giudice non ha trovato alcuna prova.

L’imprenditore edile, comunque, acquistò 1.120 azioni e 1.120 obbligazioni convertibili per 19. 488 euro con esercizio dell’opzione acquistata per 566,80 euro. Credeva che, nel caso, non gli sarebbe stato difficile rivenderle. Non è stato così. A fronte di rassicurazioni sull’affidabilità delle azioni, le stesse hanno subìto in poco tempo un deprezzamento di circa il 20%, e quando l’imprenditore ha tentato di venderle, non vi è ovviamente riuscito.

In più, il mutuo non è stato concesso. L’imprenditore, il cui profilo cliente risultava affidabile, lo ha comunque ottenuto da un’altra banca. Dopo due anni di tentativi inutili e nessun compratore, ha chiesto alla Cassa di risparmio di ricomprarsi le azioni, e quando questa non ha accettato, ha deciso di presentare ricorso.
Era il luglio dello scorso anno. Il suo avvocato, considerato che la giurisprudenza ha una certa dimestichezza con la materia (i primi casi, con i bond argentini, risalgono al 2001) ha fatto domanda di procedere con il rito sommario. E la giudice ha accolto la richiesta, nonostante l’opposizione della Cassa di Risparmio.

Le parti hanno prodotto le loro documentazioni. L’udienza si è tenuta il 18 gennaio e al termine la giudice si è presa qualche giorno per decidere. Ha sciolto la riserva il 30 gennaio, accogliendo il ricorso ed emettendo un’ordinanza che accoglie la principale richiesta dell’imprenditore e obbliga la banca a risarcire il cliente.

Ricordando quanto previsto dal Regolamento Consob n 11522 del 1998 ( “Gli intermediari sono tenuti a fornire al cliente adeguate informazioni sia sulle operazioni in sé, sia sulla loro adeguatezza rispetto al profilo di rischio dello stesso”) l’ordinanza evidenzia come l’imprenditore avesse espresso la volontà di investire in titoli non rischiosi per conservare il capitale, mentre la banca “ha offerto l’acquisto di azioni e proposto l’investimento in titoli caratterizzati da illiquidità e maggiore difficoltà di scambio”. Nessuna specifica comunicazione “è stata fatta al cliente per segnalarne l’inadeguatezza”, e ciò è sufficiente “a far ritenere non adeguato l’investimento”.

Il tribunale ha quindi deciso per la risoluzione del contratto. L’imprenditore ha diritto alle somme corrisposte per l’acquisto dei titoli (20. 044, 80 euro) meno quanto percepito per i dividendi e le cedole (1. 214, 72 euro): quindi in totale 18. 830, 08

euro, più la rivalutazione monetaria dalle singole date dei pagamenti e gli interessi legali. Da parte sua, il costruttore edile restituirà alla banca i titoli e quest’ultima rifonderà le spesi di lite (circa 3.000 euro).

Tiziana Gori


 

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