Quotidiani locali

Vai alla pagina su Lavoro

Titolare “spione” condannato in appello

Confermata la sentenza a un anno e sei mesi: con una telecamera nascosta in bagno filmava le dipendenti

PISTOIA. Condanna confermata in appello per Benedetto Bardelli, 49 anni, figlio dei titolari dell’azienda Bardelli Casa, di Bottegone. Giovedì la Corte d’Appello di Firenze ha ribadito quanto stabilito in primo grado: un anno e sei mesi di carcere per la violazione dell’articolo 615 bis del Codice penale: interferenze illecite nella vita privata. Nel caso specifico, di quattro ex dipendenti dell’azienda, che ha cessato l’attività da alcuni anni. Una ditta molto nota in zona, specializzata nella produzione e vendita di biancheria per la casa.

Bardelli è stato condannato a pagare una provvisionale di 10mila euro a ciascuna delle donne, con il versamento effettivo della cifra legato alla sospensione della pena. «La sentenza – spiega l’avvocata Sabrina Simone, che difende tre lavoratrici – conferma in pieno quanto deciso dal giudice monocratico (Luca Gaspari nelle prime udienze, che lasciò poi il testimone alla collega Daniela Bizzarri, ndr)». «Una sentenza peraltro, già passata in giudicato – aggiunge Donatella, una delle dipendenti – ma non abbiamo ancora visto un euro. Intanto le spese legali ammontano a 8mila euro».

È una storia che ha cambiato la vita delle quattro donne, sia sul piano professionale che su quello privato. Violate nella privacy, ma poi anche senza lavoro. Solo un paio lo hanno ritrovato, in forma part time. Ma andiamo con ordine. Tutto era nato da una denuncia – querela sporta nel luglio 2010. Le lavoratrici si erano accorte da qualche tempo di un comportamento sospetto da parte del Bardelli. Quando una di loro andava in bagno, si alzava dal posto di lavoro per piazzarsi di fronte a un altro computer. Approfittando dell’assenza di altre persone, il 13 luglio, due di loro avevano ispezionato il bagno, scoprendo una piccola telecamera con l’obbiettivo direzionato verso il water, e collegato attraverso una serie di cavi al pc posizionato davanti alla porta d’ingresso del bagno. Esaminando il computer, avevano scoperto un’icona, contenente a sua volta molte immagini registrate di loro quattro. Una volta copiati i file ne avevano parlato coi titolari, sporgendo denuncia. Al ritorno dalle ferie si erano accorte che nei confronti dell’uomo non era stato preso alcun provvedimento, e che dal pc era sparito l’hard disk che fino a pochi giorni prima era visibile nella colonna. A ottobre l’azienda aveva avviato le procedure di cassa integrazione.

L'avvocata Sabrina Simone
L'avvocata Sabrina Simone

A dicembre ecco la lettera di licenziamento per “giustificato motivo” a causa del perdurare della crisi. Scelta imprenditoriale “non censurabile”, ha poi riconosciuto il giudice del lavoro Maria De Renzis, perché fu dimostrata la crisi in atto. Sempre secondo De Renzis, però, gli avvocati delle dipendenti (Simone e Gianluca Lomi) avevano fornito “ampia dimostrazione del danno morale ricevuto”. E ha stabilito un risarcimento di 105mila euro complessivi. Giovedì la conferma in appello del giudizio di primo grado. «È una sentenza importante – commenta Sabrina Simone – per la battaglia portata avanti in questi anni dalle lavoratrici. Licenziate, denunciate e poi assolte. Una storia che ha inciso profondamente sulla loro vita». L’azienda, infatti, aveva a sua volta denunciato le donne, accusandole di aver rubato dei documenti riservati. Il gip dispose l’archiviazione della denuncia per tre e il rinvio a giudizio per una, poi assolta.

La sentenza della Corte d’Appello apre le porte a un probabile ricorso in Cassazione della Bardelli Casa. Nel frattempo, gli avvocati delle lavoratrici stanno valutando come muoversi in sede civile per ottenere il risarcimento dovuto.

 

I COMMENTI DEI LETTORI

TrovaRistorante

a Pistoia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro