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Respinta l’istanza di fallimento dei creditori dei Vivai Bruschi

In una perizia del tribunale di Pistoia riaffermata la prevalenza dell’attività agricola su quella commerciale. Tornano nell’incertezza i circa cento fornitori che attendono ancora di essere pagati

PISTOIA. Respinta dal tribunale di Pistoia l’istanza di fallimento della Vivai Bruschi. Possono tirare un sospiro di sollievo Sandro Bruschi e la Giorgio Tesi Group, a cui Bruschi ha affittato un ramo d’azienda, ma sentono ancora di più il terreno cedere sotto i piedi le decine e decine di creditori del vivaio di Bottegone, che da un anno aspettano di intravedere una possibilità di recuperare parte dei soldi dovuti da Bruschi.

Una decina le istanze di fallimento presentate. I primi a partire sono stati due imprenditori di Canneto sull’Oglio a cui, vinti i timori, si sono aggiunte altre ditte pistoiesi. Ieri mattina, 11 ottobre, il tribunale ordinario (sezione civile), presieduto dal giudice Raffaele D’Amora (con i giudici Nicoletta Curci e Sergio Garofalo) ha respinto la domanda di fallimento dei creditori. Vivai Bruschi non può essere dichiarato fallibile perché viene dimostrato, secondo il tribunale, che l’attività esercitata prevalentemente è quella agricola, con una percentuale commerciale che non supera, in base ai rilievi dell’Agenzia delle Entrate e dello stesso organismo di composizione della crisi, il 25%. Azienda agricola e non commerciale quindi, e come tutte le aziende agricole esente dal fallimento.

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Nel corso del procedimento (ex articolo 15 legge fallimentare) il tribunale ha disposto il deposito di una relazione da parte della dottoressa Olimpia Banci, nominata quale professionista facente funzioni di organismo di composizione della crisi. Nella sua relazione si legge, tra l’altro, che “se l’azienda non avesse svolto attività agricola ma esclusivamente commerciale, avrebbe avuto a disposizione non ettari di terreni coltivati ma ettari di capannoni. Non avrebbe assunto operai ma magazzinieri, non si sarebbe dotata di bruciatori per riscaldare tunnel di coltivazione, né gasolio agricolo per farli funzionare...”

Lo statuto agricolo della Bruschi deve ritenersi “sussistente”, anche in riferimento all’attività di acquisto/rivendita di prodotti della terra che i ricorrenti hanno considerato idonea a trasformare tout court l’impresa in commerciale. Nel 2012, secondo l’Agenzia delle Entrate, l’importo dei ricavi commerciali è stato pari al 23, 93% dei ricavi derivanti dalla vendita di piante. E secondo la dottoressa Banci i rapporti e gli equilibri tra i parametri individuati dall’Agenzia sono rimasti “pressoché in linea negli anni successivi”. Non superando la soglia del 25%, oltre la quale Vivai Bruschi avrebbe esercitato un’attività commerciale non consentita dalla legge.

Gli avvocati Michele Fratoni e Roberta Fioretti, che rappresentano alcuni dei creditori di Bruschi, parleranno a breve coi propri assistiti. Il tempo di leggere l’articolato decreto con cui il tribunale civile ha deciso per il rigetto dell’istanza, e poi sarà valutato come procedere, se presentare un reclamo avverso alla sentenza alla Corte d’Appello di Firenze.

Resta ancora in piedi la composizione della crisi da sovraindebitamento come possibile soluzione (proposta dallo stesso Bruschi in un incontro alla Coldiretti a dicembre 2016): evita il fallimento e permette, se i creditori a maggioranza accettano, di accorciare i tempi e massimizzare la percentuale dei soldi recuperata. Ma a distanza di un anno dall’affitto di ramo d’azienda a Tesi, i creditori (un centinaio), costituitisi in Comitato, non avrebbero ricevuto proposte o notizie in merito. Alcuni vantano crediti di poche migliaia di euro, ma altri di decine di migliaia. I creditori più esposti dai 500mila agli 800mila euro. Alcuni hanno dovuto licenziare e affermano di “essere con l’acqua alla gola”. Chiedono un intervento delle banche, perché è a rischio “la sopravvivenza del distretto”.


 

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