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Dirigente Asl deve risarcire 77.000 euro

Condannata dalla Corte dei conti assieme a chi la doveva controllare per 1.458 ore retribuite ma non lavorate

PISTOIA. Dovrà restituire all’Asl 77.239 euro, vale a dire i soldi intascati dal 2008 al 2013 per le 1.458 ore che le sono state retribuite ma che, secondo i giudici, lei non ha di fatto lavorato. Ad essere condannata al risarcimento del danno erariale dalla Corte dei conti, la dottoressa Raffaella Giannini, nella sua veste, all’epoca dei fatti contestati, di direttore della Medicina legale dell’Asl di Pistoia, e , a partire dal 2010, anche del Dipartimento gestione del rischio clinico e analisi del contenzioso. Oltre a lei, la magistratura contabile della Toscana ha condannato anche l’allora direttore del Dipartimento di prevenzione, Pietro Gabbrielli, colpevole di aver consentito che la collega percepisse ciò che non le spettava: dovrà risarcire all’Asl 15.000 euro.

Una sentenza che arriva a conclusione di un’indagine dei carabinieri del Nas di Firenze avviata nel 2012 in seguito a un esposto anonimo e che si era conclusa con una relazione dell’aprile 2013. Dalla quale avevano preso il via sia il procedimento della procura regionale della Corte dei Conti, sia quello penale della procura della Repubblica di Pistoia. Per quanto riguarda quest’ultimo, con l’accusa di truffa ai danni dello Stato, su richiesta del pm Luigi Boccia, Raffaella Giannini è stata rinviata a giudizio e dovrà comparire davanti al giudice monocratico Jaqueline Magi il prossimo 17 novembre, per l’inizio del processo.

Tornando alla magistratura contabile, la dirigente dell’azienda sanitaria pistoiese era accusata di aver “sistematicamente violato le regole di registrazione delle presenze al lavoro” aggirando l’obbligo di timbrare il badge elettronico. E per quanto riguarda le giustificazioni autocertificate presentate in seguito per le mancate timbrature in ingresso e in uscita, dovute a suo dire per mere dimenticanze, la procura ha spiegato come dall’attività di indagine è emerso che “molteplici volte la dottoressa Giannini aveva effettuato entrate e/o uscite autostradali in località diverse/distanti rispetto a quelle ove si sarebbe dovuta, invece, trovare in base alle giustificazioni orarie prodotte, e ciò era corroborato dal raffronto con le “celle di aggancio” della utenza telefonica cellulare aziendale assegnata in uso esclusivo al dirigente medico. Inoltre aveva inglobato il tempo della tratta Montecatini-Pistoia così come Montecatini-Pescia e viceversa nel totale dell’espletamento del servizio, mentre le “correzioni” derivanti dalle autocertificazioni hanno evidenziato la inattendibilità degli orari di inizio e termine del servizio, con incongruenza delle sedi di inizio e termine servizio”.

I Nas di Firenze, ha spiegato la procura, hanno evidenziato come invece che al lavoro, negli orari indicati nei giustificativi la dirigente si trovasse in altri luoghi: nella propria abitazione, in località di villeggiatura o in un centro estetico. E come, appunto, avesse incluso nell’orario giornaliero di servizio anche il tempo di percorrenza dalla sua residenza alle varie sedi di lavoro. Inoltre “aveva effettuato timbrature di fine servizio ben oltre l’orario di chiusura degli uffici”.

I giudici hanno riconosciuto prive di fondamento le eccezioni presentate dai legali della dirigente, fondate sostanzialmente sulla non obbligatorietà del badge per la figura professionale rivestita.

“In riferimento alle deduzioni difensive secondo cui il primario medesimo non sarebbe vincolato all’osservanza di un orario minimo di presenza fisica in servizio, osserva il collegio che la ratio dell’assenza di un vincolo di orario minimo per i dirigenti di struttura complessa va ricercata in direzione esattamente inversa a quella prospettata. La flessibilità oraria non costituisce una sorta di “privilegio”, ma rappresenta un meccanismo di maggior responsabilizzazione e di orientamento al risultato, nel senso che l’assolvimento di un debito orario “minimo” non può esaurire, per il dirigente, la prestazione lavorativa... Il dirigente di struttura complessa non ha un orario minimo perché si presuppone che l’apporto lavorativo richiestogli, per sua natura, non possa essere circoscritto entro i limiti ristretti di un numero di ore prefissate”.

Per quanto riguarda la posizione del dottor Pietro Gabbrielli, direttore del Dipartimento di Prevenzione, accusato di omesso controllo, la procura ha ritenuto che, a fronte dei comportamenti della dottoressa Giannini, non aveva assunto “concrete e fattive iniziative volte ad indirizzare il suo comportamento verso l’osservanza delle regole, ed anzi aveva controfirmato i giustificativi”.

I suoi legali hanno però sostenuto che non spettava a lui controllare la collega dirigente: la Regione Toscana aveva sì inizialmente inserito nel Dipartimento di Prevenzione la Medicina legale, ma dal 18 febbraio 2010 la Usl 3 aveva trasferito le funzioni disciplinare da tale dipartimento alla direzione aziendale; inoltre, dal 30 dicembre 2010 la dottoressa Giannini era divenuta anche responsabile del Dipartimento gestione del rischio clinico e analisi del contenzioso, diventando direttore di un autonomo dipartimento rispetto a quello diretto da Gabbrielli.

“Ne derivava che nessun controllo competesse a quest’ultimo sull’attività della dottoressa Giannini, né avrebbe potuto imporre alla stessa comportamenti di alcun genere, in specie sull’effettività dell’orario effettuato o dei luoghi dove iniziasse o terminasse le proprie

attività lavorative”.
Inoltre, esisteva un organo interno all’Asl preposto alla verifica dell’autocertificazione, il Servizio ispettivo aziendale: Gabbrielli si limitava ad una semplice presa visione. Tesi però non accolta dal collegio giudicante.


 

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