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Il Tar dà ragione al Comune di Pistoia: quella è una Rsa abusiva 

Gruppo di anziani vive in una palazzina con le badanti “in condominio”: respinto il ricorso contro l’ordinanza di chiusura

PISTOIA. Secondo loro non si tratta di residenza assistita sotto mentite spoglie: in tutto e per tutto quella è casa loro. Certo, con alcuni servizi in comune, per i quali dividere le spese, come in qualunque condominio, comprese quelle per le badanti, ma casa loro, per la quale pagano l’affitto ognuno per il proprio appartamento. E per questo avevano deciso anche di ricorrere al Tar contro l’ordinanza comunale che avrebbe imposto loro di consegnare le chiavi e di andarsene entro il 26 febbraio 2016 dalla palazzina di via Cesare Zanzotto 117. Teatro, all’inizio di quello stesso mese dello scorso anno, di una perquisizione da parte della polizia municipale, convinta di trovarsi di fronte ad una casa di riposo abusiva. Una tesi aveva portato appunto il sindaco ad ordinare la chiusura di quella “struttura priva di autorizzazione”, attiva, al tempo, da quattro anni e mezzo.
Adesso però, per gli anziani che ancora abitano in quegli appartamenti e per le loro famiglie, arriva un’altra doccia fredda: il Tribunale amministrativo regionale ha respinto il ricorso, accogliendo la tesi del Comune di Pistoia.
Rappresentata dai suoi legali, a presentare tecnicamente il ricorso era stata Emanuela Mascerà, individuata dai vigili urbani come la “resonsabile” della “casa di riposo abusiva”. In realtà lei si considera come quella, tra le colleghe badanti (tutte assunte e pagate, come lei, dagli stessi anziani: all’epoca 12, fra gli 83 e i 100 anni di età), che organizza di più determinati aspetti della vita quotidiana, una sorta di capo condominio. «Siamo organizzate in modo tale che una di noi sia sempre presente, anche di notte — spiegava al tirreno all’indomani dell’ordinanza comunale — Questa è una casa di cui gli ospiti hanno le chiavi, così come i loro familiari, che possono rimanere anche a dormire se necessario».
Fatto sta che i giudici fiorentini hanno ritenuto il ricorso infondato. Spiegando come «la stessa ricorrente ammetta la presenza nella struttura di almeno 5 persone non autosufficienti». Da qui «la necessità di riportare la struttura alla tipologia autorizzatoria di cui all’articolo 21 della legge regionale 41 del 2005», che prevede l’autorizzazione da parte del Comune per tutte le «strutture residenziali che erogano prestazioni socioassistenziali e ad integrazione socio-sanitaria, per l’accoglienza di soggetti disabili e non autosufficienti, caratterizzate da media ed alta intensità assistenziale, media ed alta complessità organizzativa».
Inoltre, il Tar respinge nello specifico la tesi delle “badanti in condominio: «le dichiarazioni rese dalle badanti nel corso dell’ispezione disposta dalla procura della Repubblica individuano nella ricorrente “la responsabile del personale di assistenza... che dispone le turnazioni e le attività da svolgere a favore delle persone anziane “ed il proprio datore di lavoro».
Così come le dichiarazioni rese dai parenti dei ricoverati parlerebbero espressamente di una «struttura a Pistoia diretta dalla signora Mascerà» (che risulta — sostengono i giudici — gestire anche altre strutture analoghe) e non di semplice svolgimento delle funzioni di badante.
La presunta rsa abusiva al numero 117 di via Zanzotto è composta da quattro appartamenti, con un ingresso in comune ma ognuno dotato di una propria porta, e con in comune anche un paio di stanze, come una cucina più grande rispetto a quelle personali, dove, per esempio, viene preparata la merenda per tutti o i pasti per coloro che non sono in grado di farlo.
Indubbio però secondo il Tar «come le unità immobiliari in discorso abbiano in comune almeno la preparazione dei pasti e la programmazione delle attività di assistenza (come chiaramente evidenziato dalla bacheca sita nella struttura) e come pertanto non possa trovare accreditamento la ricostruzione della fattispecie in termini di “badanti di condominio” proposta dalla ricorrente».
I giudici perciò hanno ritenuto il provvedimento impugnato caratterizzato da tutti gli elementi essenziali dell’atto amministrativo e non possa pertanto essere ritenuto nullo, «individuando, con sufficiente chiarezza, il soggetto destinatario dell’ordine di chiusura e l’attività interessata dal provvedimento interdittivo».
Sottolineando «come l’omissione della comunicazione di inizio procedimento trovi giustificazione nell’urgenza
di provvedere alla chiusura di una struttura non autorizzata operante in un settore delicatissimo e nel breve periodo di tempo (appena due giorni) intercorso tra la conclusione degli accertamenti e l’emanazione dell’atto impugnato».
Massimo Donati
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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