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Corruzione sistemica e sistema politico

Processo Untouchables, le motivazioni delle condanne e anche dell'assoluzione dall'accusa di associazione per delinquere

PISTOIA Un fenomeno di corruzione sistemica, sedimentato e radicato nelle istituzioni. In un clima culturale dove si giustificavano regole ed azioni distorte. In cui gli imprenditori coinvolti avevano forse ritenuto di agire correttamente, confondendo tali regole interne con quelle formali poste dal legislatore. Corruzione quindi, e anche turbative d’asta. Reati ripetuti nel tempo. Legati casomai ad un’unica area politica, quella socialista, nell’ambito di una ricerca costante di affermazione di potere.

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Ma «altra cosa rispetto all’associazione per delinquere così come costruita e contestata» dalla pubblica accusa. Depositate dal tribunale di Pistoia le motivazioni della sentenza che lo scorso 20 gennaio ha messo fine, dopo più di cento udienze, al processo di primo grado per l’inchiesta Untouchables sugli appalti pilotati per i lavori pubblici in provincia. Una sentenza con condanne pesanti, ma anche con l’assoluzione dal reato più grave, contestato a 9 dei 16 imputati, quello di associazione per delinquere. Condanne e assoluzioni motivate nelle 413 pagine depositate giovedì in cancelleria dai giudici del collegio presieduto da Anna Maria Sacco (Ottavio Mosti e Emanuela Francini giudici a latere). Per il pubblico ministero Francesco Sottosanti, il delitto associativo si dimostrava nell’esistenza di una struttura organizzata il cui scopo era quello di controllare l’aggiudicazione degli appalti e di porre in essere i reati di corruzione e turbata libertà degli incanti. «A tal fine gli associati sfruttavano il diretto coinvolgimento di funzionari pubblici e si muovevano per inserire nelle amministrazioni locali uomini di loro fiducia». Con l’esponente socialista Roberto Riccomi come punto di riferimento costante per gli altri associati ed elemento di raccordo tra imprenditori e amministratori pubblici, tra cui spiccava la figura di Marcello Evangelisti, dirigente del servizio Lavori pubblici del Comune di Pistoia (Paolo Mazzoni, Giordano Rosi, Roberto Vescovi, Paolo Conti, Franco Fambrini, Mauro Filoni e Angiolo Orsi Spadoni gli altri imputati accusati di tale reato). Ma non così per i giudici del tribunale: «Pur dovendosi riconoscere l’esistenza di un sistema, radicato in soggetti della vita politica, economica e amministrativa, e spesso incentrato sull’applicazione di logiche affaristiche e clientelari» spiega il collegio, non è dimostrata «l’esistenza di un’autonoma struttura organizzativa funzionale alla realizzazione dei reati fine». Insomma, contatti e rapporti «unicamente espressione di malcostume politico, ossia di un atteggiamento diffuso di mancato rispetto della legalità e della morale, posto in essere da soggetti per lo più di area socialista che si attivavano per ricoprire incarichi di prestigio al fine di affermare la forza politica del loro partito, anche favorendo o cercando di favorire le imprese locali nell’aggiudicazione delle gare bandite dalle pubbliche amministrazioni della zona, in tal modo conquistando la loro disponibilità al finanziamento delle campagne elettorali, amministrative e politiche». Il tribunale sottolinea peraltro come dal processo la figura di Roberto Riccomi – ritenuto dal pm promotore e riferimento centrale dell’associazione per delinquere – sia uscita notevolmente ridimensionata anche dal punto di vista politico, visto lo scarso successo della sua «attività frenetica», dei suoi interventi «in ogni questione di un qualche rilievo... nella vita amministrativa ed economica» della provincia di Pistoia, per garantirsi «una visibilità che senz’altro gli poteva giovare ai fini politici che si proponeva di perseguire».

 

«Tutto ciò significa che Riccomi, nonostante si spendesse e continuasse a spendersi in ogni situazione che avesse una certa rilevanza sul territorio pistoiese, non possedeva affatto quelle capacità eccezionali che il pm ha ritenuto di riconoscergli e che quegli interventi non sono affatto idonei a dimostrare la sussistenza dell’associazione e il ruolo di promotore-organizzatore dallo stesso rivestito al suo interno». Secondo i giudici, se contestata diversamente, un’ipotesi di associazione per delinquere avrebbe potuto essere individuata nell’accordo esistente fra le tre società (Cmsa, Rosi e Vescovi) che facevano parte di PistoiAmbiente per la spartizione tra di loro dei proventi degli appalti indipendentemente da chi «in concreto avesse partecipato alla gara e ne avesse ottenuto l’aggiudicazione». Ma solo in quell’accordo fra quelle tre imprese e il pubblico funzionario Marcello Evangelisti e «con modalità di partecipazione diverse da quelle contestate» dal pubblico ministero. Ipotesi, tra l’altro, che in base alle risultanze del processo, non risulterebbe provata «dovendosi ascrivere gli elementi acquisiti non già al fenomeno associativo ma a quello della corruzione sistemica, essendo emerso che Evangelisti aveva asservito la funzione di dirigente dei Lavori pubblici agli imprenditori Rosi, Vescovi e Conti... ricevendo in cambio denaro e/o altre utilità». Niente associazione per delinquere quindi, mentre provata è secondo il tribunale la corruzione sistemica. «Si era creata una sorta di struttura, diversa da quella richiesta ai fini della sussistenza del delitto associativo, dotata di regole informali di comportamento riconosciute ed accettate da tutti i soggetti coinvolti».

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