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Raid a Casapound. Depositate le motivazioni della sentenza di condanna di cinque antagonisti

Inverosimile la tesi del complotto

«Riconoscimenti attendibili, movente di natura politica»

 PISTOIA. Inverosimile la tesi della montatura ordita contro gli antifascisti dalla questura; plausibile il movente politico; attendibili e concordanti le testimonianze e le prove raccolte, nonché, per cinque dei sei imputati, i riconoscimenti al termine dei quali erano stati identificati come componenti del gruppo di aggressori.  Depositate le motivazioni della sentenza con cui, il 31 gennaio scorso, il tribunale di Pistoia ha condannato 5 dei 6 antagonisti accusati di essere i responsabili del raid avvenuto l'11 ottobre 2009 nella sede del circolo Casa Pound di Porta San Marco.  Due anni di reclusione al segretario regionale dei Carc, Alessandro Della Malva, al pistoiese Juri Bartolozzi e ai livornesi Vittorio Colombo, Selvaggio Casella ed Elisabetta Cipolli. Assolto invece l'altro livornese, Alessandro Orfano.  Il raid a Casa Pound avvenne attorno alle 16,30. Una ventina di persone irruppe nella sede del circolo di via di Porta San Marco, devastandolo e dandosi poi alla fuga. All'interno, due persone: Massimo Dessì, che rimase leggermente ferito da una scheggia di vetro, e l'amico Alessandro Tomasi. Due ore dopo, la polizia bloccò un gruppo di antagonisti di sinistra che partecipavano ad una riunione al circolo Primo Maggio. Per Alessandro Della Malva, segretario regionale dei Carc, e per due esponenti del Movimento antagonista livornese scattarono le manette, mentre un minorenne venne denunciato a piede libero. Un mese dopo, vennero eseguite le ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari decise dal gip (su richiesta del pm in base ai riconoscimenti formalizzati nei giorni successivi ai primi arresti in flagranza) nei confronti di altri quattro antagonisti.  La montatura. Sia nel corso delle indagini che nei mesi in cui si è protratto il processo, Carc e antagonisti hanno ripetutamente accusato con manifestazioni e documenti la questura e la procura di aver ordito una congiura per incastrare i loro compagni, magari con l'accordo del circolo Agogè. Una tesi inverosimile secondo i giudici del tribunale. Partendo dall'evidenza che il raid al circolo Agogè è un fatto storicamente avvenuto, «una montatura - scrive il giudice estensore delle motivazioni della sentenza, Luciano Costantini - esige un'attività preparatoria che non può prescindere dalla preventiva conoscenza da parte di chi la pone in essere di due circostanze: l'esistenza della riunione convocata al circolo Primo Maggio e la contemporanea apertura del circolo Agogè con due persone all'interno. L'istruttoria ha invece dimostrato che entrambe le situazioni sono state casuali, estemporanee e non programmate. La decisione di recarsi nei locali del circolo Agogè non era preventivata» ma assunta al termine di un pranzo da Tomasi e Dessì, che sono andati là per ascoltare della musica. Altrimenti il circolo sarebbe stato chiuso. «Quanto alla riunione al Primo Maggio, a specifiche domande del collegio, i testi hanno riferito che la sua convocazione non è stata propagandata, ma solo diramata per e-mail».  I riconoscimenti. Per il tribunale, perfettamente attendibili le dichiarazioni dei testimoni che hanno riconosciuto cinque dei sei imputati, descrivendo salienti caratteristiche (orecchini, piercing, colore dei capelli, indumenti...) confermate dalle foto scattate mentre venivano portati in questura la sera del raid. Attendibilità che manca invece per quanto riguarda il riconoscimento di Alessandro Orfano, che per questo è stato assolto. La sera del raid, aveva una maglia blu con scritta arancione, un vistoso orecchino, baffi e un pronunciato pizzetto, con una leggera barba che gli incorniciava il volto. Per non parlare dei penetranti occhi azzurri. Elementi caratteristici che dai testimoni non sono stati citati. Anzi, Dessì aveva detto che indossava una maglia chiara, che non aveva i baffi e che, al momento del raid, impugnava un bastone. Un altro testimone lo aveva invece individuato come colui che, dopo averla brandita nel raid, si rimettava la cintura ai pantaloni mentre si dava alla fuga: niente bastone.  Il movente. Il movente dell'azione criminale è da individuarsi, secondo il tribunale, nella «contrapposizione ideologica dell'area politica a cui appartengono tutti gli imputati con quella a cui si riconducono i frequentatori del circolo Agogè. Da ciò è scaturito anche il particolare clima vissuto dalla vicenda processuale fin dal suo inizio, quando molti soggetti, solidali con gli imputati, si sono radunati sotto la questura in segno di solidarietà con i loro compagni e di protesta contro la polizia. Tale situazione si è protratta anche nel corso dell'istruttoria dibattimentale. I testi hanno concordemente riferito che gli autori del reato declamavano slogan politici di sinistra e le stesse modalità dell'azione, volte essenzialmente a danneggiare suppellettili, hanno avuto più che altro il significato di una manifestazione di protesta contro l'apertura del circolo e la sua attività».  La altre prove. «Costituisce un dato inoppugnabile che pochi minuti dopo i fatti gli imputati sono stati trovati tutti nel circolo Primo Maggio, che dista poche centinaia di metri dal luogo dell'irruzione - scrive il giudice - Così come è un elemento processuale certo che gli autori si sono allontanati frettolosamente proprio in direzione del Primo Maggio». Subito dopo
il raid, due testimoni si sono messi alla ricerca degli aggressori, in una città semideserta: svaniti nel nulla. «A meno che non abbiano trovato rifugio in un posto sicuro. Ed ecco dunque che appare verosimile che gli imputati si siano radunati nel circolo Primo Maggio, partecipando alla riunione».

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