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La storia di Braccialini, da ultrà a presidente

Parla il nuovo patron della Pistoiese e ricorda di quando ragazzo faceva il raccattapalle al Comunale

PISTOIA. Da bambino giocava nella squadra del club “I Fedelissimi” e faceva il raccattapalle allo stadio, da adolescente ha trascorso decine di domeniche in curva Nord tra sciarpe, striscioni e fumogeni, da poche settimane è diventato lui il protagonista del sogno. Una favola di colore arancione, destinata nel giro di qualche anno a far riconquistare alla città un posto di primo piano nel calcio che conta. L’ultras che diventa presidente. Chi non vorrebbe essere al posto del 39enne Massimiliano Braccialini, nuovo patron dell’Ac Pistoiese? In questa intervista al nostro giornale il giovane imprenditore edile si racconta. Parla della passione che l’ha spinto, insieme al padre Romano e al fratello Emanuele, ad entrare nel mondo del pallone, dei progetti sportivi e imprenditoriali, degli obiettivi e dei rapporti con la tifoseria e la città.

Presidente, non le farà che piacere se i tifosi canteranno “Braccialini, uno di noi”. È davvero così, o no?
«È proprio così. La mia “prima volta” in curva risale ad oltre vent’anni fa. Era un appuntamento immancabile per il nutrito gruppo di amici di cui facevo parte. Ci divertivamo tanto. Mi ricordo anche parecchie trasferte. Quella di Bologna, ma soprattutto quella di Cremona, con il famoso petardo che stordì il portiere del Lumezzane».

Vogliamo la verità: a quando risale il vostro primo interessamento per rilevare la Pistoiese?
«Il primo approccio ci fu con Bozzi. Avemmo un paio d’incontri, ma non si arrivò a niente. Fu poi mio fratello Emanuele, nel settembre 2004, ad incontrare a Larciano Anselmo Fagni per verificare la possibilità di entrare in società con delle quote. Ma a questa eventualità la famiglia Fagni ha sempre guardato con scarsa convinzione e proprio in questi giorni mi sto rendendo conto che aveva ragione. Nel calcio meno siamo a decidere e meglio è».

Ma chi o cosa ve l’ha fatto fare?
«La passione e l’amore per questa città. Senza ombra di dubbio. Ovviamente, siamo e rimaniamo imprenditori e come tali speriamo sempre che ad un investimento corrisponda prima o poi un tornaconto, economico o d’immagine. Sotto questo profilo, sappiamo bene che la C1 non è certamente il campionato adatto».

In famiglia chi ha convinto chi a sbarcare nel calcio?
«Mio fratello Emanuele è il trascinatore per eccellenza. In tutte le situazioni. È quello che ha più coraggio e più inventiva. È anche quello più estroverso. Con la Pistoiese la spinta è nuovamente arrivata da lui. Poi, ovviamente, c’è stata un’analisi attenta dei numeri e dei rischi».

Quello dei Braccialini è un autentico impero nell’ambito dell’edilizia. Quale il segreto di un così grande successo?
«Non esistono particolari ricette. Nella mia famiglia ci alziamo alle sei e torniamo a casa quando la giornata si sta concludendo. Non nego che negli ultimi dieci anni l’edilizia ci ha regalato buoni risultati, ma questi sono certamente da condividere con numerosi altri imprenditori, capaci ed intelligenti, con i quali collaboriamo da tempo. Faccio un esempio: coi Vespignani prima siamo amici, poi soci».

Tedino e Gibellini, due nomi che non avete pensato di confermare nemmeno lontanamente. Perché? «Ritengo che Tedino avesse fatto il suo tempo a Pistoia. In passato ha fatto bene, nessuno lo mette in dubbio, ma per la causa arancione penso non avesse più gli stimoli giusti. Per il ruolo di direttore sportivo, abbiamo un grandissimo come Giovanni Botteghi, serio e di grande spessore, che vede il calcio dalla stessa ottica nostra».

Sappiamo bene che la Pistoiese fa parte di un progetto più ampio. Ce ne vuol parlare?
«È quello del rilancio e dello sviluppo del settore giovanile. La nostra intenzione è di costruire un centro sportivo privato all’avanguardia, con campi sportivi e foresteria, dove si possano allenare tutte le compagini arancioni, dai pulcini fino alla prima squadra. Una sorta di piccola Pinetina, che da una certa ora in poi si apra anche agli amatori».

Dove potrebbe nascere?
«Non saprei. Pistoia Ovest è comunque troppo piccolo per poterci ricavare una struttura più capiente. Vi confesso un sogno, che rimarrà probabilmente tale: quello di vedere a fianco il centro sportivo ed un nuovo stadio comunale. Dove? Nell’area del campo di volo, ad esempio».

Ma così cozzerebbe con il progetto del nuovo ospedale...
«Non penso proprio. Al campo di volo c’è spazio per tutto e tutti».

Rimaniamo a parlare dello stadio. Vi siete già incontrati con l’amministrazione comunale?
«Sì, e abbiamo trovato l’ampia disponibilità del sindaco Berti, dell’assessore Tuci e dei tecnici a risolvere i problemi. Non c’è molto tempo. Per il momento (per tutto il prossimo campionato), la capienza è stata ridotta a settemila spettatori, ma per il settembre 2008 l’impianto deve essere adeguato rispetto alle normative più recenti, altrimenti il rischio è di giocare a porte chiuse».

Ma ristrutturarlo vorrebbe dire scegliere di non farne uno nuovo...
«È proprio questo il punto. Lo stadio è di proprietà comunale e quindi io posso solo esprimere il mio parere di imprenditore. Sono abbastanza scettico sul risultato che produrrà l’adeguamento. Sono perplesso rispetto all’ipotesi di spendere soldi per cercare di migliorare uno stadio affogato nel centro cittadino, destinato a trascinarsi dietro la ridotta capienza, un problema che potrebbe rivelarsi devastante nel caso in cui, un giorno, la Pistoiese conquistasse nuovamente la serie A».

Qual è la vostra strategia per riportare la gente allo stadio?
«Più iniziative si fanno e meglio è, a partire da una capillare campagna abbonamenti. Ma il metodo migliore è senza dubbio quello di far emozionare la città. Sono i risultati che trascinano gli sportivi dietro alla squadra. E sotto questo profilo credo che partiamo nel modo giusto. Abbiamo costruito una squadra competitiva. Sappiamo benissimo che il campionato sarà difficilissimo (ci sono squadre che stanno spendendo l’impossibile, come ad esempio la Cremonese), ma non voglio sentir parlare di obiettivo-salvezza. Nel nostro Dna c’è dell’altro, il nostro traguardo deve essere quello dei playoff. E poi, sognare non costa niente».

Motta è in ritiro con la Pistoiese, ma al raduno ha lasciato intendere che la sua situazione è ancora da definire. Insomma, come stanno le cose?
«Vorrei sottolineare subito che Motta è un grande professionista. Ieri mattina (lunedì, ndr) sono arrivato in sede alle 7,45, un’ora e un quarto prima della convocazione, e a togliersi il sangue per le analisi c’era lui insieme a due giovani della Primavera. Ribadisco la nostra intenzione a tenere Motta e il fatto che nessuna squadra si è fatta avanti concretamente per trattarlo. Una cosa è certa: vogliamo giocatori motivati al 101% e se Motta deciderà di andare via, lo dovrà spiegare a noi ma soprattutto alla città. Ovviamente, in quel caso, non lo regaleremo. Ci dovrà essere una contropartita economica importante in grado di permetterci di trovare un sostituto adeguato. Ma vorrei che fosse chiaro un punto: non esiste alcun caso-Motta».

Vedremo il presidente in trasferta e in panchina?
«In trasferta sicuramente, in panchina direi
proprio di no. Difficilmente riesco a star fermo durante le partite».

Come si comporterà di fronte alle prime contestazioni?
«Sicuramente non scapperò. La strada del dialogo è sempre la migliore. La Pistoiese è dei Braccialini, ma prima di tutto è dei pistoiesi».

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