Quotidiani locali

il giallo della gamerra

Omicidio Scieri, l’inchiesta va avanti

Le indagini prorogate di altri sei mesi. Consegnati dalla commissione parlamentare alla magistratura
i nomi dei caporali violenti

PISA. Più tempo per indagare. Scaduti i sei mesi dall’apertura dell’inchiesta, la Procura ha chiesto e ottenuto dal gip altri sei mesi per portare avanti l’attività di indagine sulla morte del parà Emanuele Scieri (al centro nella foto con il basco) il 26enne laureato in giurisprudenza siracusano trovato morto nel primo pomeriggio del 16 agosto 1999 all’interno della caserma Gamerra. Finora hanno sfilato davanti al procuratore capo Alessandro Crini e al sostituto Sisto Restuccia decine tra ex militari e altri testi ancora in divisa. L’ulteriore proroga di sei mesi ha una duplice lettura. Da un lato la complessità del caso e la rilettura dei fatti a distanza di anni, sentendo di nuovo i testi dell’epoca, ha richiesto tempi proporzionati all’impegno profuso tra carte e testimonianze. Dall’altro l’eventuale scoperta di elementi nuovi avrebbe sollecitato uno spostamento in avanti dei termini delle indagini preliminari. Di sicuro non c’è stata richiesta di archiviazione. Anzi, dagli uffici di via Beccaria quella proroga ha il significato di voler andare fino in fondo senza trascurare particolari magari rimasti in ombra in questi anni. Le deposizioni raccolte dalla commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dall’onorevole Sofia Amoddio (Pd) e secretate nella relazione finale, sono state lo spunto iniziale grazie al quale la Procura ha aperto la scorsa estate un fascicolo contro ignoti per omicidio preterintenzionale. Nel corso dei mesi sono stati fatti passi in avanti e il risultato è la proroga di sei mesi, un atto che viene chiesto quando si ritiene di poter giungere a un esito diverso dalla bandiera bianca dell’archiviazione. Il punto fermo è questo su un giallo che ha tutti i caratteri del cold case. La vittima, il mistero su movente e autori. Il silenzio imbastardito nell’omertà di chi sapeva e ancora tace. Le lacune investigative iniziale e la tolleranza del “nonnismo” da parte dei vertici dell’epoca della Folgore. Scieri arrivò venerdì 13 agosto 1999. La mattina, nel trasferimento da Scandicci, si era scontrato con alcuni “nonni” sul bus. Quattro verranno condannati a 6 mesi con la condizionale. La sera alle 22,15 salutò Stefano Viberti, il teste «depositario di verità non rivelate» scrissero i magistrati, e rimase nel vialetto interno della Gamerra. Alle 23,45 non rispose al contrappello. Era già caduto dalla torre e stava morendo. Lo ritrovarono alle 14,08 di lunedì 16 agosto. Di sicuro non fu un suicidio come i vertici di allora della Folgore suggerirono alla magistratura che, da quella militare all’ordinaria, chiusero le inchieste con archiviazioni. Per la commissione parlamentare lo scenario più accreditato è che Scieri sia stato condotto nell’area del casermaggio (il corpo nella foto a destra e a sinistra il dettaglio della ferita al piede sx), nei pressi della torretta per asciugare i paracadute, e qui prima picchiato dai nonni e poi obbligato a salire sulla scala. Pestandogli le mani lo avrebbero fatto cadere e abbandonato. E lasciato morire dopo ore di agonia.

I caporali più violenti presidiavano la zona del casermaggio e della torretta da cui cadde Scieri. È uno degli elementi, con nomi e cognomi, che emergono dalla relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta consegnata alla Procura. Nel corso delle audizioni gli ex commilitoni fanno i nomi di chi si era messo in mostra per le ripetute vessazioni rivolte alle reclute. Dei tre caporali condannati (sei mesi, ndr) per gli episodi avvenuti sul bus da Scandicci e Pisa, uno non è stato sentito perché vive in Australia. Un altro caporale, conosciuto per la sua aggressività, si è trasferito negli Stati Uniti. Proprio quest’ultimo viene descritto come un tipo violento verso i nuovi arrivati. Alla Gamerra ordine e regole erano resi vulnerabili da parecchie lacune. «La commissione ha accertato che nella caserma avvenivano gravi atti di violenza – si legge nella relazione – non riconducibili a semplice goliardia; che i controlli in caserma erano blandi, perfino dopo il contrappello, tanto che diversi paracadutisti si permettevano di uscire scavalcando il muro di cinta; che la zona dove è stato ritrovato il cadavere di Emanuele Scieri era isolata, ma presidiata dagli anziani che la utilizzavano come spazio di rifugio e di svago: uno spazio in parte esente da regole e controlli, tale che appare molto improbabile che i vertici militari non sapessero cosa accadesse in quel area». Nella caserma esistevano zone franche controllate da anziani, e vigeva una disciplina parallela a quella ufficiale, tutta fondata sulla consuetudine del nonnismo della quale uno dei parà dichiara di aver subìto e accettato atti perpetrati ai suoi danni. Tra questi un commilitone di Rimini e quello che poi è andato negli Usa. Le audizioni di tre militari di leva sono rilevanti in merito ad alcuni punti chiave: gestione dell’area del magazzino di casermaggio: zona franca destinata al relax di alcuni anziani, assai prossima al luogo del ritrovamento del corpo di Scieri; le dimensioni e le modalità di una pratica, che l’inchiesta della commissione mostra essere usuale nella caserma all’epoca dell’omicidio di Emanuele Scieri, la circolazione e il consumo di droga da parte degli allievi e la continuità dell’approvvigionamento dall’esterno; la pratica abituale di uscire dalla caserma dopo il contrappello, l’esistenza di almeno due varchi di accesso illegali alla caserma; la natura delle relazioni e le pratiche di nonnismo, generalmente accettate come consuetudine della caserma e dunque considerate

“normali”. Al casermaggio anche lo spaccio era diffuso. L’ex parà dichiara «di aver portato e venduto stupefacente (hashish) dentro la caserma anche a suoi colleghi e che, quando terminava lo stupefacente acquistato nel suo luogo di residenza se lo procurava in alcune zone di Pisa». —

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