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Prime condanne per l’assalto a Ferretti: 9 anni e 4 mesi a sparatore e complice

Due laziali arrivarono in città per rapinare una banca, poi cambiarono idea. Carciati ai coniugi: «Sono dispiaciuto per tutto». Nel colpo morì un bandito 

PISA. Pensavano a un colpo facile. La coppia dietro al banco di una certa età. L’oro a disposizione nelle vetrine. Meglio usare una pistola che un taglierino per impaurirli. Qualche secondo di minacce e urla decise e il gioco era fatto. La cronaca di una rapina iniziata male e finita peggio ha raccontato un’altra storia. E un epilogo tragico con un bandito steso a terra, colpito a morte dai proiettili sparati dal gioielliere Daniele Ferretti.

Non si aspettavano la reazione del commerciante, né che fosse armato, i componenti la gang che il 13 giugno 2017 organizzarono la rapina da Ferretti in via Battelli. Neanche un mese dopo vennero arrestati dai carabinieri. A dicembre Ferretti ha chiuso il negozio.

I titolari della gioielleria,...
I titolari della gioielleria, Giuliana Malucchi e Daniele Ferretti


Ieri la condanna per due che hanno scelto il rito abbreviato con lo sconto di un terzo della pena. Gabriele Kiflè, 31 anni, di Aprilia, difeso dall’avvocato Alessia Vita e Marco Carciati, 43 anni, di Pisa, assistito dall’avvocato Laura Antonelli, hanno avuto una pena di 9 anni e 4 mesi. Il gup Pietro Murano li ha riconosciuti colpevoli per tutti i reati contestati, dal concorso in tentato omicidio aggravato alla tentata rapina aggravata, dalla ricettazione al porto abusivo di arma da fuoco. Il pm Paola Rizzo aveva chiesto 12 anni per entrambi. Novanta giorni per il deposito delle motivazioni.

Il terzo arrestato, Damiano Masi, 39 anni, di Pomezia, ha scelto il rito ordinario e sarà processato a settembre. Sostiene di non avere niente a che fare con la rapina da Ferretti. E nella sua tesi è sostenuto da Carciati, l’unico presente ieri in aula. Kiflè è rimasto nel carcere di Velletri.

Carciati, dopo un indugio iniziale, ha raccontato senza ombre agli inquirenti genesi ed esecuzione del colpo. «Sono dispiaciuto con i coniugi Ferretti per quanto è accaduto» ha ricordato nella sua deposizione.

Kiflè e Masi erano arrivati a Pisa per rapinare una banca. Sul posto c’era Simone Bernardi, 43 anni, di Aprilia, uscito dal Don Bosco a marzo e di nuovo ricaduto nella schiavitù della droga. È lui a morire, da disarmato, nel negozio di via Battelli. Volevano colpire una banca armati di trincetto, ma la filiale scelta aveva l’apertura con il riconoscimento delle impronte digitali. Un accorgimento che li aveva dissuasi.



Il piano B fu il colpo da Ferretti. E qui era entrato in gioco Carciati. Ha ammesso di essersi procurato la pistola e di averla passata a Kiflè prima di entrare nel negozio dove lo sparatore era entrato il giorno precedente chiedendo di vedere alcuni gioielli.

L’arma avrebbe dovuto servire come intimidazione sufficiente a immobilizzare i commercianti.

L’effetto ottenuto fu opposto. Ferretti, accoltellato nel 1999 in un raid e vittima di un’altra rapina nel 2016, nel frattempo si era armato. E quando vide la moglie minacciata da Kiflè, che per la Procura sparò per primo, reagì esplodendo diversi colpi. Due raggiunsero Bernardi che morì sul colpo.



Le difese di Carciati e Kiflè hanno sottolineato la gravità del gesto dei loro assistiti evitando giustificazioni fuori contesto.

Quello che è stato rimarcato è, però, l’assenza di volontà di fare una rapina viollenta con l’intento di sparare. Alla fine tutti sono stati sorpresi e sopraffatti nella gestione del momento dalla reazione di Ferretti.

«Se avessimo saputo che era armato, avremmo cambiato obiettivo» ha ricordato Carciati. —


 

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