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Neonato ucciso e nascosto, processo rapido per la madre

La Procura chiede il giudizio, la donna sceglie il rito abbreviato. Le accuse vanno dall’omicidio volontario all’occultamento di cadavere

PISA. Sarà un processo rapido. Una o al massimo due udienze. A porte chiuse. Perché il carico di dolore di una storia straziante rimanga circoscritto a giudice, accusa e difesa di un caso sconfinato nel codice penale, ma che ha radici nella marginalità di una famiglia allo sbando. Il pm Sisto Restuccia ha chiesto il rinvio a giudizio di una marocchina di 23 anni, ora residente a Firenze, accusato di omicidio volontario e occultamente di cadavere. Quello del feto che, appena partorito, passò dal water al sacco nero dell’immondizia. I difensori dell’immigrata, gli avvocati Antonella Antonelli e Tommaso Azzaro, hanno scelto il rito abbreviato che sarà celebrato davanti al gup Donato D’Auria tra un mese.

Per l’accusa non ci fu alcun aborto spontaneo quell’11 agosto del 2016 nell’appartamento di Migliarino dove l’imputata viveva con la madre, il compagno e due figli piccoli. Il terzo, non previsto, avrebbe aggravato una condizione economica già precaria. «Non potevo mantenere un terzo figlio» disse la giovane agli investigatori della polizia guidati dal vice questore Rita Sverdigliozzi. Una gravidanza non voluta e quindi, secondo la giovane donna, un problema da risolvere. Senza dire niente a nessuno. La posizione del compagno è stata archiviata quasi subito. È rimasta lei, un’immigrata che non si è mai rivolta a un ginecologo vivendo la sua maternità in silenzio, nascondendo anche al convivente quello che teneva nel grembo di quella corporatura esile e minuta. «Pensavo di essere al quarto mese» si giustificò con gli inquirenti quando venne salvata al Santa Chiara da un’emorragia che ne aveva messo a rischio la vita. In realtà il feto aveva raggiunto i 6 mesi.

Non aveva tenuto bene i conti del ciclo mestruale, la 23enne le cui ricerche su Internet su metodi e farmaci per abortire sono state acquisite dalla squadra mobile. Quel bimbo non doveva nascere. E non sapendo per paura e ignoranza come ricorrere a un aborto legale, la mamma decise di risolvere per conto suo il problema. Parlarne con il compagno o la mamma avrebbe innescato discussioni sulla “sostenibilità” di un’altra bocca da sfamare. Il rimedio fu trovato in una notte d’agosto. I farmaci ingeriti fecero effetto e il travaglio fu talmente violento che il neonato venne al mondo provocando un’emorragia con una perdita di sangue da far impallidire anche i soccorritori inviati dal 118. Dopo aver strappato il cordone ombelicale, la mamma ripose il feto in uno straccio e poi in un cassonetto sul terrazzo. In attesa di finire

nei rifiuti caricati dai camion della nettezza urbana. L’autopsia del medico legale Marco Di Paolo confermò che per qualche secondo il nascituro aveva respirato. Di qui l’accusa di omicidio volontario. Il ricorso al rito abbreviato significa partire con uno sconto di un terzo della pena.

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