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“Sposa bambina" a 14 anni: niente schiavitù e violenza sessuale

In appello cancellati i reati più gravi, riconosciuta solo l’immigrazione clandestina. Il caso della 14enne e delle nozze combinate dalle famiglie rom tra Coltano e Gello

PISA. Nessuna violenza sessuale. E neanche tratta di essere umani con riduzione in schiavitù. Nel processo passato alla cronaca come quello “sposa bambina”, l’unico reato commesso è stato il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La stessa differenza che c’è tra un schiaffo e un pugno da ko.

Lo ha deciso nel pomeriggio di giovedì 8 febbraio la Corte d’Assise d’Appello (presidente Sacco, a latere Grieco più la giuria popolare) davanti alla quale il processo era tornato dopo l’annullamento della Cassazione di una precedente sentenza in cui, a differenza del primo grado a Pisa, i giudici di secondo grado avevano riconosciuto anche i reati di violenza sessuale, tratta di essere umani e riduzione in schiavitù. Si ritorna alle pene e ai reati inseriti nel verdetto pisano del 2013. Soddisfazione è stata espressa dai legali che difendevano i cinque imputati, gli avvocati Nicola Giribaldi, Marco Meoli e Luca Cianferoni. Pm in aula Angela Pietroiusti.

Gli zii del ragazzo, il promesso sposo, Erizon Mahmuti, 44 anni, e la moglie Vjolka Dibrani, 45 anni, sono stati condannati a 6 anni; per il padre, Riza Haliti, 40 anni, la madre, Ibadet Dibrani, 40 anni e la nonna, Nebehat Hamiti, 60 anni, pena di 5 anni. La vicenda esplose nell'ottobre 2010 con una serie di arresti. Al centro dell'inchiesta una ragazzina di origine kosovara di 14 anni che raccontò di essere stata portata in Italia con l'inganno per essere data in sposa, secondo il rito rom, a un minorenne e a subire rapporti sessuali contro la sua volontà. Sul banco degli imputati (in parte del campo di Coltano, in parte - i nonni - di Gello a Lavaiano) erano finiti sei familiari dello sposo (uno nel frattempo è deceduto).

Pesantissime, in un primo momento, le accuse: i sei dovevano rispondere, a vario titolo, di violenza sessuale, tentata violenza e violenza sessuale di gruppo, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, tratta di persone e riduzione in schiavitù. Le accuse più gravi non erano entrate nella sentenza di primo grado. Che, invece, in appello erano state riconosciute almeno per la violenza sessuale a tre condannati (Nebahat, Ibadet e Vjolka). La Cassazione aveva annullato e disposto un nuovo processo.

Gli imputati si sono sempre difesi sostenendo che la ragazza era stata portata in Italia in accordo con i genitori sul rito

matrimoniale rom, previsto dalle loro tradizioni. I genitori della sposa bambina - mai costituiti parte civile - avevano affermato che a loro era stato assicurato che in Italia la figlia avrebbe fatto una vita da principessa. Così non fu. Ma neanche l’inferno di violenze sessuali e schiavitù.

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