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GIUSTIZIA LUMACA

Tetraplegico e incosciente, da 30 anni è sotto processo

L’uomo è accusato di omicidio colposo per un incidente in Versilia nel 1986. Era alla guida dell’auto che si schiantò contro un palo: lui in coma, l’amico morì a Pisa

PISA. Non ha mai saputo che l’amico era morto in quello schianto in auto in una notte di mezza estate. Lui è sopravvissuto, inquilino in un corpo che non gli appartiene più. Dopo il coma, la condanna all’immobilità tra letto e sedia a rotelle. Una sentenza senza appello: tetraplegia spastica con afasia. Incapacità assoluta di esprimersi. Scollegato dal mondo per un tempo infinito. Trent’anni di isolamento. Non sa dell’amico che non c’è più. E non sa cosa ha innescato quell’incidente in cui era alla guida della macchina fuori controllo anche per l’alta velocità: un’imputazione per omicidio colposo per la morte del compagno di svago.

È un processo che obbliga a uno sforzo di memoria quello che vede un disabile gravissimo non più in sé finire, in senso figurato, per l’ennesima volta davanti ai giudici per rispondere di un fatto avvenuto nell’agosto 1986. Il procedimento si è trascinato per trent’anni per i continui rinvi dovuti alle condizioni dell’imputato inconsapevole. Una sospensione periodica e pluridecennale del processo a cui ora il Tribunale intende mettere un punto fermo seguendo le nuove disposizioni di legge per casi come questo. Sarà un medico legale, la dottoressa Federica Gori, a visitare il disabile e a consegnare una perizia per stabilire se è in grado di stare in giudizio. È l’incarico che le verrà assegnato dal collegio giudicante nei prossimi giorni. Ci vorrebbe un miracolo per scrivere un esito che da trent’anni scandisce un’esistenza da vegetale irreversibile. La naturale conseguenza del processo, da certificare con la consulenza del medico legale, è quella di una sentenza di non luogo a procedere per l’incapacità dell’imputato di partecipare al dibattimento. Lo assiste un legale d’ufficio, l’avvocato Alberto Chiocchini. Un caso “semplice” nella drammaticità delle evidenze.

Un morto di 22 anni, una persona sottratta alla vita da trent’anni, un processo dal destino segnato e ormai incardinato nei vincoli delle procedure per arrivare comunque a una sentenza. Destini tragici e traiettorie di dolore che rimbalzano dalla Versilia a Pisa con radici a Campi Bisenzio racchiuse in un fascicolo processuale che racconta storie di lutti e di sopravvissuti. È un processo (pm Giancarlo Dominijanni) a un tetraplegico che non sa di essere accusato per la morte dell’amico che era al suo fianco sulla Golf che alle 4 dell’8 agosto 1986 a Lido di Camaiore centrò un palo della luce. Erano in quattro sull’auto. Tutti di Campi Bisenzio. Al volante l’imputato, allora 21enne (omettiamo il nome per le sue condizioni di salute). Sul sedile del passeggero Massimiliano Rossi, 22 anni, finito in coma insieme al conducente. Dietro due sorelle di 18 e 20 anni. La notte calda di agosto e la leggerezza dei ventenni in vacanza al mare. Poi quel botto. E i sogni di un’età spensierata si infrangono contro un blocco di cemento che trasforma la Golf in una lattina accartocciata. Rossi e il guidatore sono in coma da trauma cranico. Trasferito al Santa Chiara di Pisa il passeggero muore a Ferragosto. Di qui la competenza territoriale pisana del processo al conducente che nello scontro subisce devastanti ferite alla testa. Rimane in coma per dieci mesi. Poi quello che tecnicamente è un risveglio che ingabbia quel 21enne in un’esistenza da corpo e mente inanimati. Il resto sono documenti assicurativi e passaggi penali. Obblighi

di legge. Con il fronte processuale che si appresta a chiudere l’ultimo effetto collaterale di quella notte disgraziata con un morto che si era appena affacciato alla vita e un imputato di 51 anni che da trenta ha smesso di vivere non sapendo di essere accusato della scomparsa dell’amico.

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