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Scieri obbligato a spogliarsi e picchiato

È l’ipotesi della commissione d’inchiesta: gli fecero togliere i jeans e lo malmenarono prima di farlo salire sulla scala

PISA. Costretto a togliersi i pantaloni, picchiato e poi obbligato a rivestirsi e a salire sulla scala. È la sequenza che precede la caduta mortale di Emanuele Scieri la sera del 13 agosto 1999 nella Gamerra ipotizzata dalla presidente della commissione d’inchiesta Sofia Amoddio (Pd) nel corso dell’audizione a Roma dell’allora pm, Giuliano Giambartolomei, il magistrato che condusse le indagini e poi chiese l’archiviazione prospettando due possibili scenari: prova di forza del parà finita male o atto di nonnismo subìto appena arrivato in caserma. È stata un’audizione durata poco più di un’ora quella del magistrato, nel frattempo andato in pensione e che ora svolge l’attività di avvocato a Pisa. Quella ferita al polpaccio. A distanza di 18 anni dal fatto, la commissione gli ha sottoposto un particolare di cui l’allora pm non era mai venuto a conoscenza. Una ferita al polpaccio sinistro di Scieri. «Abbiamo spaccato il capello in 48 - ha risposto l’ex magistrato - e non so spiegarmi perché non abbia fatto caso a questo elemento».

Per la presidente Amoddio quella ferita dà credito all’ipotesi dell’aggressione contro il 26enne siracusano sul posto in cui poi venne trovato morto alle 14,08 del 16 agosto, l’area di asciugatura dei paracadute. «I consulenti della Procura, della famiglia Scieri e della commissione concordano nell’affermare che la ferita sul dorso del piede sinistro di Emanuele non può essere stata provocata dalla caduta, ma da terzi – ha esordito l’onorevole Amoddio – E anche la ferita - impastata con pietrisco e vernice del tavolo - al polpaccio dello stesso arto con il sangue che macchia il jeans dall’interno può significare che Scieri sia stato malmenato sulla gamba nuda e poi costretto a salire sulla scala. Questo passaggio non compare nella richiesta di archiviazione della Procura». Ipotesi suicidio.

L’ex pm non andò alla Gamerra dopo il ritrovamento del corpo. Spiega così la ragione dell’assenza: «Fui stoppato dal medico legale, il quale mi disse che all’80 per cento era un suicidio perché aveva trovato degli psicofarmaci nell’armadietto di Scieri». Dopo qualche giorno lo scenario cambiò e il 22 agosto arrivarono i Ris. Scena del delitto contaminata. La presidente ha rilevato quanto la scena del delitto sia stata contaminata dalla presenza di tre nuclei dei carabinieri. «Uno addirittura salì sulla scala ferendosi a una mano e quel sangue venne poi repertato – ha dichiarato l’onorevole Amoddio –. Non furono prese le impronte digitali sulla torre. Dalle relazioni si legge che c’erano tracce di sangue ma non si sa a chi appartengano». Su questi “buchi neri” elencati dalla commissione d’inchiesta, Giambartolome prima di rispondere ha voluto sottolineare un certo disagio circa la sua convocazione a Palazzo San Macuto. «È un’audizione o una critica alle indagini?» Quindi ha spiegato di non aver mai saputo dai carabinieri delle tracce di sangue. «Si parlava solo di macchie – ha chiarito l’allora pm. All’inizio l’indagine fu abbastanza caotica. E, infatti, il nucleo iniziale dei militari venne poi sostituito».

C’è poi un altro dettaglio che per i commissari non è mai stato chiarito e che la Procura non ha mai accertato fino in fondo. Un carabiniere sul luogo del delitto prese dal marsupio il cellulare di Scieri e chiamò il suo telefonino. Ufficialmente per avere il numero del parà e poi fare ricerche attraverso i tabulati. «Che bisogno c’era di fare quella telefonata? Per noi quel comportamento è un vulnus nelle indagini» ha scandito la presidente Amoddio ritenendo quel gesto l’ennesima contaminazione in una fase iniziale e per questo vulnerabile delle indagini. La telefonata al comandante Celentano. La commissione parte da due fatti. Il primo è la telefonata partita dal cellulare in uso al comandante della Folgore, Enrico Celentano alla sua utenza domestica a Livorno alle 23,48 del 13 agosto 1999. Scieri è agonizzante ai piedi della scala (perse due litri di sangue dalla testa e morì dopo qualche ora, ndr). Il secondo è l’ispezione dello stesso Celentano alle 5,30 del 15 agosto alla Gamerra. Viene chiesto a Giambartolomei se e come approfondì quei due fatti che appaiono come coincidenze anomale. Di sicuro sufficienti a instillare il dubbio che qualcuno sapesse fin da subito cosa era successo e non lo disse facendo passare tempo prezioso per salvare Lele. «No, non lo feci» è stata la risposta dell’ex sostituto procuratore a Pisa che, congedandosi dalla commissione, ha augurato «di arrivare dove non sono riuscito io, alla verità. Mi farebbe molto piacere».

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