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Annullato dal Tar il Daspo a un tifoso nerazzurro

Aveva invaso il campo per prendere la maglia dei calciatori. I giudici: «Gesto non violento, censura spropositata»

PISA. Generico nelle motivazioni. Spropositato nella sanzione. Tradotto: provvedimento da annullare. Il Tar accoglie il ricorso di un tifoso del Pisa colpito da Daspo per le presunte “intemperanze” manifestate al termine di Pisa-Entella (1-1) il 4 febbraio scorso, quando i nerazzurri erano ancora in serie B. Contro il provvedimento della questura il tifoso si è rivolto agli avvocati Francesco Carlesi e Silvia Liberto. Lo riteneva esagerato rispetto a quanto aveva fatto. Nulla di violento. Solo la foga sportiva per arrivare a prendere la maglia di uno dei suoi beniamini pisani. Non era lieve lo stop imposto dal Daspo: divieto per tre anni di assistere a manifestazioni sportive. Cosa aveva fatto il tifoso? Si era arrampicato sul vetro divisorio «delimitante il proprio settore del campo sportivo, entrando in quest’ultimo per prendere le maglie dei giocatori che stavano festeggiando» si legge nella sentenza del Tar. La questura (sezione Digos) lo aveva denunciato per il reato di «scavalcamento e invasione di campo in occasione di manifestazioni sportive». E, come sanzione accessoria preventiva, aveva disposto il Daspo. Un provvedimento che con un primo ricorso era stato sospeso e ora definitivamente annullato da parte dei magistrati amministrativi. I giudici hanno accolto le tesi dei legali che avevano impugnato l’atto del ministero dell’Interno.

«Nel caso di specie è mancata la comunicazione di avvio procedimento ma i presupposti di urgenza sono declinati in modo generico dall’amministrazione – scrive il Tar – senza individuare compiutamente le ragioni dell’urgenza di provvedere in relazione alla peculiarità della fattispecie in cui il comportamento del ricorrente non è caratterizzato da violenza, né è dimostrata l’inutilità della partecipazione. Posto che il comportamento del

ricorrente non è stato caratterizzato da violenza, né risulta che egli abbia incitato, inneggiato o indotto alla violenza, deve ritenersi fondata anche la censura di difetto di proporzionalità in relazione alla durata del divieto, applicato in misura tre volte superiore al minimo di un anno».

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