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Piscina “fai da te” in caserma, condannato

Pisa: per montarla usa materiale sotto sequestro: nei guai il comandante della Forestale. Violazione di sigilli e peculato d’uso, scatta l’interdizione dai pubblici uffici

PISA. Una piscina montata nel cortile, pali di metallo mezzo arrugginiti abborracciati come sostegni per una rete ombreggiante sullo specchio d’acqua, il “proprietario” della vasca ormai ai ferri corti con il “vicino di casa” che la ritiene un abuso e alla fine denuncia. Un’inezia, direte, uno di quei casi di screzi e litigi biblici da condominio che sfociano ogni giorno nelle aule dei tribunali. Certo, se non fosse che la scena di questa faida di vicinato è la stazione della Forestale di San Piero a Grado e che il processo si è appena concluso con la condanna del suo (ex?) comandante. Antonio Caroti ha già annunciato che ricorrerà in appello contro i due anni di reclusione (pena sospesa) e i 5 anni di interdizione dai pubblici uffici stabiliti ieri con la sentenza pronunciata dalla corte presieduta dalla giudice Beatrice Dani, affiancata da Elsa Iadaresta e Paola Giovannelli.

Il brigadiere capo, 53 anni, livornese, cintura nera di karate, è stato ritenuto colpevole di peculato d’uso e violazione di sigilli. La corte ha di fatto accolto l’impianto dell’accusa sostenuta dalla pm Falvia Alemi, secondo la quale Caroti, per realizzare un cerchio di refrigerio estivo per sé e la sua famiglia nel giugno dell’anno scorso, ha montato una rete sulla piscinetta rimovibile nel parco della stazione di via Livornese sorreggendola con tubi di circa due metri ancora sotto sequestro dopo un’operazione anti-bracconaggio compiuta dagli uomini della Forestale nel 2010 a Calambrone.

Sì perché Caroti (legittimamente) abitava in uno degli alloggi del comando di San Piero così come il suo grande accusatore, l’ispettore Luigi Graceffa. Oggi i due hanno preso strade e carriere diverse, complice la riforma Madia, che in gran parte ha assorbito il corpo nell’Arma. Il primo è ancora comandante a San Piero, ma distaccato al nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri; il secondo è uno delle poche guardie (circa una settantina) finite fra i vigili del fuoco, anche se ha già in tasca una sentenza del Consiglio di Stato che obbliga l’Arma a dargli un posto nei militari, peraltro da comandante visto che nel frattempo Graceffa ha vinto un concorso superando di grado Caroti. Così mercoledì 11 ottobre i due si sono ritrovati faccia a faccia, uno al banco degli imputati, l’altro a quello dei testimoni. "Prima di questa storia – ha detto in aula Graceffa – Caroti mi ha minacciato di morte e mi ha aggredito". Come dire: questa è l’ultima incrostazione di ruggini antiche.

Poi nel dibattimento è cominciato un batti e ribatti sui tubi per accertare se davvero i 9 utilizzati da Caroti per sostenere la rete ombreggiante, e poi rimossi (insieme alla piscina) dopo un sopralluogo del luglio 2016 del comandante provinciale Anna Fadda, fossero gli stessi prima custoditi nella rimessa del comando. Graceffa ne è certo, erano verniciati di nero e legati da fascette su cui proprio lui aveva scritto "materiale sotto sequestro", tant’è che nella rimessa trovò soltanto alcuni di quelli sequestrati appoggiati in un angolo e la fascetta spezzata a terra. Ma i rimanenti erano neri o zincati, 5 oppure più di 12? Insomma, per qualche minuto tutti sembrano venir inghiottiti da un’aporia sui tubi: tubi di qua, tubi di là, nessuno sembra capirci un tubo. Finché non è Caroti a sgombrare le nebbie: "È vero, li ho utilizzati, ma non sapevo fossero sotto sequestro, e quando li ho presi non avevano più i sigilli", prova a difendersi in aula. "Come è possibile? – ribatte la giudice – Niente che sia stato oggetto di provvedimenti di polizia giudiziaria può essere custodito in una stazione se non è sotto sequestro. O lo è o allora doveva essere restituito o distrutto".

Caroti finisce in un imbuto logico. Non solo. "C’è la sua firma sui verbali di sequestro e sapeva del provvedimento che ordinava la distruzione del materiale, inoltre ci sono le foto che dimostrano che i tubi usati per la piscina sono gli stessi confiscati", puntualizza Alemi.

"Ricorreremo – dice il legale del carabiniere forestale Daniele Cocco – Uno, ci sono sentenze della Cassazione che stabiliscono

che non c’è il peculato se il valore dell’oggetto è estremamente esiguo, e stiamo parlando di tubi arrugginiti, che non hanno perso la loro funzionalità. Due, qualcuno per caso ha visto Caroti togliere i sigilli ai pali? No. Non c’è prova. In appello chiederemo l’assoluzione".

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