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Furono i soldati croati ad abbattere il “Lyra 34”

Il giornalista Roberto Galli ripercorre la minuziosa inchiesta che portò avanti all’epoca della tragedia per conto del Tirreno. Ecco le testimonianze di allora

PISA. Lui, lassù, sulla cresta di quella montagna traditrice e assassina, come abbiamo titolato nell’edizione di ieri, c’è stato almeno tre volte. In un’occasione in compagnia di Rodolfo Betti, noto a Pisa con l’appellativo di “Marò”, padre di Marco, uno dei quattro aviatori della 46esima Brigata Aerea componenti l’equipaggio del “Lyra 34”, il G-222 che il 3 settembre 1992 fu colpito e abbattuto da un paio di missili (non si sa ancora oggi se di fabbricazione serba o sovietica) nei cieli della ex Jugoslavia.
Insieme portarono una corona di fiori proprio nel luogo dello schianto, lungo la parete alla base della quale oggi si erge il monumento in memoria delle quattro vittime. Allora, Roberto Galli, penna sopraffina del panorama giornalistico toscano, dirigeva la redazione di Pisa del Tirreno. Fu colpito nel profondo dalla tragedia e si prese particolarmente a cuore i ripetuti appelli alla ricerca e all’individuazione dei responsabili da parte del padre di Betti. Volle approfondire per capirci di più. Non poteva essersi trattato del solito errore. Era inaccettabile che venisse liquidata in questo modo la disintegrazione di un velivolo con quattro vite umane a bordo, quelle di persone al servizio di uno Stato che non era in guerra ma che stava egregiamente contribuendo, nell’ambito di una missione umanitaria, ad alleviare le sofferenze di una popolazione dilaniata e stremata dalla guerra.
Roberto non mise troppo tempo in mezzo e, nonostante i rischi connessi al conflitto ancora in corso nelle zone della Bosnia-Erzegovina, partì, supportato ovviamente dalla stessa 46esima Brigata Aerea, già pochi mesi dopo il dramma del “Lyra 34”. «Quando raggiungemmo la prima volta la cima del monte Zec (il luogo dell’abbattimento dell’aereo, ndr) – ci racconta Galli – mi ricordo che sul terreno c’erano sempre dei rottami sparsi. Davanti ad uno di questi mi torna in mente la scena di Rodolfo Betti che s’inginocchiò e si mise a piangere».
Grazie ad un formidabile fiuto da cronista di razza, Galli si accorse subito che la verità era lì, a pochi passi, e che era stata messa solamente sotto il tappeto come la polvere. E tornò in quei luoghi altre due volte.
«All’epoca dell’incidente – ricorda l’ex capo della redazione pisana del Tirreno – le indagini condotte dal generale Battisti furono immediate ma frettolose. In quella regione agivano croati e bosniaci e gli scontri erano all’ordine del giorno. Fu solo possibile recuperare i cadaveri e un pezzo di motore. Ci furono solo delle fugaci testimonianze relative ad una probabile responsabilità dei militari croati. Riguardo a quest’ultimo aspetto, la conferma arrivò successivamente proprio grazie ad una lunga e laboriosa indagine portata avanti dal Tirreno».

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Roberto Galli si trasformò in investigatore e setacciò il paese di Fojnica, ai piedi del monte Zec, alla ricerca di piste da seguire e testimoni. Furono due abitanti del posto, Mahir Eloja, studente allora 21enne di Tuzla, e suo cugino Agie Atif a squarciare il silenzio e l’omertà.
«Dissero – riprende nel racconto Galli – che erano stati i soldati croati, a quei tempi dislocati proprio nei dintorni del monte Zec, a decidere l’attacco contro il corridoio umanitario per Sarajevo disegnato nei cieli. Non siamo mai riusciti a capire perché, ma forse lo fecero con l’obiettivo di punire i bosniaci, loro alleati, spinti dal timore che questi ultimi si rendessero autori di qualche doppio gioco».
Grazie alla ricostruzione di Galli, si arrivò perfino a chiarire che l’attacco fu organizzato in una bar di Fojnica, gestito in quei giorni dal croato Miran Grusebic.
«Fu lui – spiega Galli, che riprende il filo della memoria dei pezzi scritti per il Tirreno – ad aiutare, con il suo trattore, i militari croati a portare sul monte la batteria missilistica. In dono, poi, lo stesso Grusebic ebbe un’elica del G-222 abbattuto, che, come un trofeo di guerra di cui vantarsi, espose per un po’ all’esterno del suo bar. Poi, per fortuna, venne rimossa e riportata in Italia dai nostri soldati».
Il giornalista riuscì ad avvicinare e ad intervistare Grusebic. «Confermò – dice Galli – la presenza dei soldati croati al suo bar, che era diventato in pratica il loro quartier generale, e la collaborazione che lui teneva con molti di loro. Ci negò di aver visto sparare i missili, ma durante l’intervista cadde in pesanti contraddizioni».
Sulla base dell’inchiesta giornalistica di Galli e del Tirreno, la magistratura di Roma fu costretta a riaprire l’inchiesta sul “Lyra 34” a cui seguì il deferimento per crimini di guerra al tribunale dell’Aja di dieci cittadini croato-bosniaci. Ma poi tutto finì nuovamente arenato.
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