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la memoria

Venticinque anni dopo su quella montagna traditrice e assassina

La 46esima Brigata Aerea vola di nuovo a Sarajevo per commemorare la tragedia del “Lyra 34”

A 25 anni dalla tragedia “Lyra 34” , a Sarajevo il dolore di figli e vedove delle vittime La 46esima Brigata Aerea vola di nuovo a Sarajevo per commemorare la tragedia del "Lyra 34": persero la vita quattro aviatori dell’equipaggio di un G-222 (Video Fabio Muzzi)

Quattro medaglie d’oro al valor militare che scintillano al picchiare del sole contro la cresta delle montagne bosniache e che risaltano con tutta la loro forza di valori e significati dal verde in cui sono immerse. E che le inghiottì esattamente 25 anni fa. È un pellegrinaggio del dolore e del ricordo, quello delle vedove che d’un colpo si trovarono sole a versare lacrime inspiegabili e dei figli costretti a crescere in fretta, troppa fretta.
Con loro un pezzo di Pisa è volato nuovamente a Sarajevo, per la cerimonia di commemorazione sul luogo dove il 3 settembre del 1992 trovarono la morte gli aviatori della 46esima Brigata Aerea Marco Betti (figlio di Rodolfo, conosciuto in città come “Marò”), Marco Rigliaco, Giuseppe Buttaglieri e Giuliano Velardi. I quattro formavano l’equipaggio di un G-222 che dopo essere stato raggiunto in volo da due missili terra-aria precipitò sul crinale del monte Zec e si frantumò in mille pezzi. La guerra, in quegli anni e in quelle località, c’era, particolarmente cruenta, ma la nostra Aeronautica non era in guerra. Anzi, era impegnata in una serie di missioni destinate ad alleviare le popolazioni locali dalle sofferenze del conflitto, trasportando complessivamente quasi 35mila tonnellate di cibo, medicine e beni di prima necessità, poi distribuiti a circa 800mila persone in 110 località in tutta la Bosnia-Erzegovina. In questo contesto, il “Lyra 34”, l’aereo abbattuto nel 1992, era partito dall’aeroporto di Spalato con un carico di coperte ed aiuti destinati alla povera gente. Al pisano Betti e al resto dell’equipaggio fu detto di utilizzare un corridoio umanitario che era stato disegnato appositamente nei cieli. E loro fecero così, attenendosi a quelle direttive. Ma la barbarie andò oltre ogni limite e i quattro furono vigliaccamente traditi. Le responsabilità non furono mai accertate, anche se tra i detriti e all’interno della fusoliera dell’aereo furono rinvenuti dei resti di artiglieria di matrice serba.
Un atto di una ferocia e di un’infamia inaudite, che continuano a scatenare commozione e dolore anche dopo tanti anni. Il neo comandante della 46esima Brigata Aerea, il generale Girolamo Iadicicco, ha voluto essere presente di persona sul monte Zec e la mattina di martedì 6 settembre, con un C-27J decollato dall’aeroporto militare di Pisa, ha raggiunto Sarajevo in compagnia del tenente colonnello Pompilio Sammaciccio e dei familiari delle vittime. Qui era atteso dall’ambasciatore italiano in Bosnia, Nicola Minasi, dall’onorevole Marco Bergonzi (Pd), in questi giorni nell’ex Jugoslavia, dall’arcivescovo Luigi Pezzuto, nunzio apostolico in quei luoghi, e i rappresentanti più alti in grado di Eufor e Nato, che hanno ancora degli uomini sul posto.

Dall’aeroporto della capitale bosniaca il corteo si è mosso verso il luogo in cui è stato eretto il monumento agli aviatori italiani. Un’ora e mezzo di viaggio, che si conclude con una decina di chilometri di sterrato in salita tra fitti boschi e con quella scritta riportata sul cippo che scuote cuore e coscienze, “Caduti perché vivano gli altri”. Semplice ma estremamente toccante la celebrazione, nel corso della quale il generale Iadicicco ha letto il messaggio del ministro della Difesa Roberta Pinotti: «I ricordi dei quattro componenti l’equipaggio del “Lyra 34” sono più vivi che mai. Il loro è un incancellabile esempio di pace e di solidarietà. Ancora oggi è difficile lenire il dolore».
Lo sanno bene le famiglie. Lo sanno bene la vedova di Marco Betti, Antonella Pucci, coi figli Giacomo e Antonio, il cognato di Marco Rigliaco, la vedova di Giuseppe Buttaglieri coi due figli e la vedova di Giuliano Velardi. In queste occasioni le domande dei giornalisti possono raggiungere il massimo della cretineria e della banalità e Antonella precede saggiamente tutti. È lei a cercare i taccuini e le telecamere per spiegare il vero significato della giornata a nome anche degli altri familiari. «Questo del venticinquennale – ha detto la vedova Betti – è un anniversario molto importante. Per noi ma anche per la 46esima Brigata Aerea, a cui va sempre il nostro pensiero, perché in questi lunghi anni ci ha sempre supportati. Comprendo la presenza degli organi di stampa, ma oggi non abbiamo davvero bisogno di clamore. Serve solamente ricordare e tramandare. La memoria non va persa».
Poco distante da Antonella c’è ad ascoltare Kanita Fochaka. Fa l’interprete. È una donna bosniaca il cui animo è rimasto gravemente e irrimediabilmente segnato dalla guerra. Le si inumidiscono più volte gli occhi. Anche lei ha perso il marito nel 1992, pochi mesi prima della tragedia del “Lyra 34”. «Mi trovavo in casa con mio marito a Sarajevo – ci racconta –. Non sapevamo bene cosa stesse succedendo nel nostro Paese, mi ricordo che mio marito stava guardando la tv proprio per cercare di capirci qualcosa di più. All’improvviso, un proiettile della contraerea centrò la nostra abitazione. Squarciò il muro del salotto e lo prese in pieno. Non ci fu niente da fare. Posso capire questa gente qui oggi, davanti a questo monumento. Il sacrificio dei quattro italiani fu un fatto sconvolgente per noi. Rimasero vittime di chi non rispettò gli accordi, nonostante sapesse perfettamente che quel velivolo trasportava materiale umanitario. Attaccare e uccidere chi va in soccorso di una popolazione assediata: un autentico crimine, non ho altre parole».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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