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«Neo ingegneri inadeguati? Devono impegnarsi di più»

L’opinione dell’ex prof ordinario Giancarlo Zini: «Le 2.500 ore annuali di presenza alle lezioni indicate dal Ministero non bastano, l’Università è basilare per il futuro» 

PISA. Qualcosa non quadra sotto il sole della formazione dei neo ingegneri. Secondo uno studio della Camera di Commercio, il 23% degli specialisti in ingegneria ed informatica, siano essi tecnici che dirigenti, sono per competenza e qualifica inadeguati. In sintesi, la formazione impartita nei nostri centri universitari non collima con le esigenze dell’impresa, dell’industria e quindi del mercato. Il tutto nonostante le quasi 90 spin-off costituitesi in seno all’Ateneo pisano e alla Scuola Sant’Anna, che costitutì il primo spin-off addirittura nel 1990. A questa analisi fatta dallo studio della Camera di Commercio, il professore ed ingegnere Giancarlo Zini, ordinario a riposo di “Teoria dei Sistemi”, non ci sta e ci scrive: «L’insegnamento universitario si articola in cinque anni, e il Ministero ha pensato bene che l’impegno complessivo dell’allievo in ogni anno sia di 2.500 ore di presenza alle lezioni, mentre personalmente ritengo che l’allievo debba impegnarsi di più perché i cinque anni di università sono cruciali per tutta la successiva vita professionale, ma tant’è. Come diceva il compianto professor Lazzarino, a lungo preside della facoltà di Ingegneria, “queste sono le doghe a disposizione per costruire la botte; non ve ne sono di più, e bisogna quindi usarle al meglio per costruire la botte di massima capacità”».

Compito dell’Ateneo è quindi di preparare l’allievo a risolvere con le capacità e conoscenze apprese «tutti i problemi, anche quelli che non ha mai visto». L’ex docente entra nel merito della preparazione che non intercetta le impellenti necessità del mercato. «In merito alla preparazione degli allievi usciti dall’Università – afferma – devo dire che ho in massima parte ricevuto segnali di ritorno positivi sulle loro capacità e che sono stati apprezzati anche da strutture estere; il numero di questi neo ingegneri non è affatto trascurabile, con il mio disappunto perché dopo aver speso parecchio per la loro preparazione ne perdiamo le capacità produttive a favore di altri Paesi».

Per gettare un ponte tra mondo della formazione e quello della professione e cioè del lavoro, i nostri atenei si sono attrezzati (grazie a leggi nazionali) con le spin-off. Una spin-off accademica è un’impresa (quasi sempre una srl) accreditata su proposta di soggetti che intrattengono un rapporto con l’Università o che hanno cessato il medesimo da non più di 36 mesi. Il compito è la creazione di una o più innovazioni dotate di un valore economico di mercato. L’ateneo pisano ne ha 42 (dato del 2014), il Sant’Anna 45. Il sito dell’Ateneo spicca per dettagli e trasparenza. E si apprende che il fatturato complessivo delle spin-off è di 12 milioni di euro; due aziende superano un fatturato di un milione di euro. Zini conclude con un suggerimento all’ingegnere provetto che deve prendersi in carico un neo laureato: «Se il candidato dimostrerà di
saper usare il nuovo (per lui) strumento, allora è un bravo ingegnere e con lui l’Università ha avuto successo; se non saprà usarlo allora non è un bravo ingegnere e la colpa almeno in parte è certamente mia che gli ho consentito di arrivare alla laurea».

Carlo Venturini

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