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Così iniziò il '68: 50 anni fa a Pisa l’occupazione che innescò la rivolta

Dal 7 all’11 febbraio 1967 gli studenti si barricarono nel cuore dell’università e scrissero un documento storico. Nell'avanguardia del movimento, Campione, Cazzaniga e Sofri

PISA. Mentre Herbert Marcuse, nel suo libro cult “L’uomo a una dimensione”, regalava gambe robuste all’idea che le società europee, dietro le promesse di un continuo e dinamico rinnovamento dei rapporti sociali, fossero in realtà bloccate (blockierte Gesellschaft) sul piano politico e culturale, all’università di Pisa gli studenti passavano all’azione eclatante. Nei giorni di occupazione del palazzo della Sapienza (7-11 febbraio 1967), luogo nevralgico e simbolico dell’ateneo, quei giovani barricati elaborarono un documento che divenne la base del movimento studentesco pronto per assestare quel grande scossone che fu il Sessantotto. Volevano cambiare il mondo. Al di là dei giudizi e delle interpretazioni sul Sessantotto, sui danni che ha prodotto o sui benefici che ha lasciato, rimane il fatto che fu un fenomeno profondo.

PISA CENTRO PROPULSORE
In Italia questo fenomeno ebbe Pisa come fulcro e centro propulsore. Qui il movimento studentesco partì in anticipo (i fatti che narriamo risalgono al 1967) e successivamente, quando l’incendio della rivolta si era propagato, la protesta nel mondo universitario guardava a Pisa per ricevere le parole d’ordine e organizzare le iniziative sul campo. Erano stati proprio gli studenti pisani a teorizzare che «le occupazioni di sedi universitarie vanno istituzionalizzate...» perché «l’università appartiene alla base universitaria, e questo possesso va affermato contro le strutture esistenti che lo negano».

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CINQUANT’ANNI FA
Era il 7 febbraio 1967. Sono passati 50 anni. 72 studenti raggiungono la Sapienza, nel bel mezzo della cittadella universitaria pisana, la occupano e si chiudono dentro. Non era la prima volta che succedeva: nel 1964 c’era stata un’azione analoga, seppur ridotta per numeri e durata. Ma stavolta tirava un’aria diversa: non erano solo studenti dell’ateneo pisano. Venivano anche da Cagliari, Firenze, Bologna, Roma, Torino, Camerino. Una risposta forte, nazionale, alla convocazione della conferenza dei rettori, in programma proprio a Pisa l’11 febbraio. Quell’avanguardia di studenti aveva deciso di contrapporsi alle massime autorità accademiche italiane per lanciare un messaggio chiaro contro la riforma dell’università voluta dal ministro Gui. Una mossa azzardata, ma che ha fatto la storia, perché ha dato vita a un manifesto rivoluzionario, il “Progetto di tesi del sindacato studentesco elaborate collettivamente dagli occupanti La Sapienza di Pisa”, meglio note come le “Tesi della Sapienza”.

L’OCCUPAZIONE
Dunque, erano in 72. Si impadronirono della Sapienza e sbarrarono gli ingressi. I capi erano Gian Mario Cazzaniga, Vittorio Campione e Adriano Sofri. Una volta dentro, alzarono un alone di mistero su quanto accadeva all’interno, alimentando curiosità e attesa nella stampa a livello nazionale. Era un fatto grosso, una sfida al potere costituito, dunque molto seguito dai media.

Giuliana Biagioli fu tra gli studenti...
Giuliana Biagioli fu tra gli studenti che occuparono la Sapienza nel 1967

Furono giorni intensi. «Cosa facevamo? Semplice - ricorda Giuliana Biagioli, allora normalista di 23 anni, una delle 14 studentesse fra gli occupanti - ci eravamo formati alla lettura di Marx, di Lenin, di Rosa Luxemburg e di altri autori classici della sinistra in seminari auto-organizzati; il nostro pensiero era di applicarli alla contemporaneità. Si discuteva fra noi preparando il documento, cui non tutti contribuirono con lo stesso impegno; il mio non fu rilevante. La stesura fu dovuta principalmente a Vittorio Campione. A me interessavano soprattutto il tema dell’introduzione dei Dipartimenti e il rinnovamento della didattica unita alla ricerca per la crescita culturale dello studente. C’era molta autodisciplina, studiavamo ore e ore. Si dormiva poco, i ragazzi si arrangiavano sulle panche o sui tavolini. Per mangiare, c’era qualcuno che ci riforniva. Noi normaliste la notte tornavamo al Collegio Timpano, salvo l’ultima notte, quando arrivò la polizia. I ragazzi facevano i turni di guardia alle porte della Sapienza per evitare colpi di mano dei fascisti».

CRESCE LA TENSIONE
Fuori intanto cresceva la tensione. I partiti erano in fibrillazione. Il Pci, che non gradiva soggetti politici ingombranti alla sua sinistra, aveva le antenne drizzatissime. Le autorità accademiche pisane, sorprese e irritate da questa sfida diretta, erano divise tra il chiedere subito l’intervento di sgombero alla pubblica sicurezza e il temporeggiare. Molti studenti moderati, di fronte all’atto di forza, pretendevano la riapertura della Sapienza e la ripresa delle lezioni. Il 10 febbraio per le strade di Pisa ci fu un corteo al quale parteciparono un migliaio di giovani. Un tentativo di dare voce alla “maggioranza silenziosa” contraria all’operazione degli estremisti. La manifestazione si concluse con un autentico assedio al palazzo probabilmente guidato da esponenti del Fuan (il Fronte universitario neofascista). Gli assalti furono respinti.

L’IRRUZIONE
L’occupazione finì con l’irruzione della polizia proprio nella notte che precedeva l’inizio della conferenza dei rettori, l’11 febbraio. Il rettore Alessandro Faedo aveva autorizzato l’intervento degli agenti. «Basta con le occupazioni! - diceva il rettore sul nostro giornale, che allora si chiamava Il Telegrafo - Basta con le violenze! Gli universitari pisani vogliono lavorare, l’hanno dimostrato. Gli altri facciano pure la lotta al piano Gui ma la facciano in forma civile. Non sono più disposto a tollerare questi abusi. La Sapienza deve essere liberata. Sia pure la polizia a risolvere questo problema».

LA RAGAZZA DI ORVIETO
Giuliana Biagioli veniva da Orvieto. Famiglia comunista, padre operaio artigiano e madre contadina senza terra. Si trasferì a Pisa dopo aver vinto il concorso nazionale di ammissione alla Normale. Fu allieva della Scuola superiore per la classe di lettere e dell’università per lettere moderne. Subito dopo la laurea frequentò la London School of economics a Londra, dove preparò la tesi di dottorato. Rientrata in Normale, divenne dottore di ricerca in storia. Sarà stata anche una società bloccata, come diceva Marcuse, ma se in quell’Italia in tumultuosa trasformazione la figlia di una famiglia proletaria riuscì a fare così tanta strada, vuol dire che c’era elevata mobilità sociale. Per anni, la Biagioli ha insegnato storia economica all’ateneo pisano, a un centinaio di metri da quel palazzo della Sapienza e dalla facoltà di Lettere che aveva più volte occupato.

Il Sessantotto a Pisa, un'assemblea...
Il Sessantotto a Pisa, un'assemblea degli studenti in piazza dei Cavalieri

L’AVANGUARDIA
«Eravamo consapevoli di essere un’avanguardia - così ricorda quegli eventi di mezzo secolo fa - a Pisa si erano create le condizioni ideali per lo sviluppo del movimento studentesco, che anticipò i tempi rispetto al Sessantotto. Due i motivi principali: 1) la presenza alla Normale di professori democratici con cui noi studenti avevamo costruito un ambiente di discussione e dibattito. Non è che ci dicevano di andare a fare le barricate ma noi avevamo un contatto continuo con i docenti che favorivano la libertà di pensiero. 2) Pisa non era una città deindustrializzata come adesso. Allora c’erano la Marzotto, la Motofides, la Saint Gobain con migliaia di dipendenti. In quella Pisa operaia si poteva pensare all’unione tra lavoratori e studenti nell’ottica di un cambiamento complessivo».

IL GIUDIZIO SUL SESSANTOTTO
Fiumi d’inchiostro sono stati scritti per dare un giudizio sul Sessantotto. Lo chiediamo anche a Giuliana Biagioli, che ne è stata protagonista: «Un momento di apertura e di rottura rispetto al periodo pre-boom economico e all’esaurirsi della coesione del discorso resistenziale. A livello generale un tentativo di aggiornare l’idea di Repubblica e di Stato fino allora accettata. Le forze politiche tradizionali di riferimento di molti giovani non li rappresentavano più. Però fu anche un movimento troppo ideologico e poco pragmatico, con troppi nemici e pochi alleati. I partiti salvo frange minoritarie furono ostili. I sindacati avevano i loro problemi di difesa degli operai dalla crisi industriale e avevano bisogno dell’appoggio del Pci, non degli studenti».

BOTTE E MASCHILISMO
In questo senso la Biagioli rammenta un episodio che fa il paio con una caratteristica del movimento, che lei sottolinea: il maschilismo. «Una volta - dopo il ’68 - i capi del movimento mandarono noi ragazze, con tanto di striscione, a una manifestazione sindacale. Peccato che non ci avevano detto una cosa non secondaria, e cioè che i sindacati confederali non ci volevano al corteo. Il risultato fu che venimmo menate dal servizio d’ordine, mentre i maschietti se ne stavano nelle retrovie. Anche durante le occupazioni succedeva che le decisioni importanti non le comunicavano a noi ragazze. Però non ci facevamo intimidire».
Dopo lo sgombero della Sapienza, seguirono assemblee, cortei, proteste, nuove occupazioni. La lotta del movimento studentesco era appena iniziata.

 

COSA FU IL SESSANTOTTO

La protesta partì dagli atenei e si propagò nelle fabbriche. L'università italiana, nella seconda metà degli anni Sessanta, aveva bisogno di una ventata rinnovatrice: nel 1956-1957 gli iscritti ai corsi di laurea erano circa 212.000, mentre dieci anni dopo erano saliti a quota 425.000, per cui si poteva cominciare a parlare di università di massa. I docenti dei corsi importanti, in generale, si rivolgevano a una calca di allievi che a stento ne percepivano la voce, era sottovalutata o ignorata l'esigenza di laboratori e seminari che preparassero gli studenti all'attività professionale, e molti professori comparivano solo per le lezioni e con i ragazzi non avevano nessun rapporto umano.
In questo contesto il movimento studentesco nacque e si mosse. Tra il 1964 e il 1967 ci furono le prime occupazioni di facoltà universitarie a Trento, Pisa e altre città. La protesta si propagò velocemente e raggiunse gli atenei maggiori a Milano e Roma, arrivando a piena maturazione nel corso del 1968.
Nel maggio 1968 tutte le università, esclusa la Bocconi, erano occupate. Nello stesso mese la contestazione si estese, uscendo dall'ambito universitario, quando un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova, occuparono per 15 giorni il Palazzo della Triennale di Milano, dove era stata appena inaugurata l'esposizione, chiedendo «la gestione democratica diretta delle istituzioni culturali e dei pubblici luoghi di cultura».
Nel 1969 ci fu l'esplosione degli scioperi degli operai in fabbrica, che si saldò con il movimento degli studenti che contestavano i contenuti arretrati e parziali dell'istruzione, e rivendicavano l'estensione del diritto allo studio anche ai giovani di condizione economica disagiata. Dalla contestazione studentesca si passò repentinamente alle rivendicazioni dei lavoratori. La presenza degli operai a fianco degli studenti fu una delle caratteristiche del Sessantotto in Italia, che fu il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni Sessanta.

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