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San Rossore ferita scatta l’inchiesta

La Procura indaga sugli sversamenti di gasolio nel Fiume Morto Il Parco: «Facciamo presto, specie rare rischiano di morire»

PISA. Alla foce del Fiume Morto i muggini boccheggiano. Salgono fino al pelo dell’acqua e sbucano fuori a riprendere fiato, quasi non avessero più branchie, quasi non fossero più pesci. «È la prima volta che succede - dice un guardiaparco - Non li avevo mai visti così. Il gasolio li sta soffocando». La corrente, di solito lenta e solenne, in questi giorni da day after ha subìto un’improvvisa accelerazione.

E adesso a San Rossore sperano che proceda rapidissima anche l’inchiesta aperta dalla Procura di Pisa sugli sversamenti di idrocarburi che da martedì minacciano una delle aree naturali più protette d’Europa. La denuncia presentata mercoledì dal direttore del Parco, Andrea Gennai, al Corpo Forestale è già finita sulla scrivania del sostituto procuratore Miriam Romano. La querela si aggiunge al fascicolo aperto dalla pm esperta di reati ambientali qualche giorno fa, dopo il 16 agosto, quando l’Arpat riscontrò l’ennesima contaminazione a Gello, in corrispondenza della caserma Gamerra.

In quel caso i tecnici dell’agenzia regionale e i vigili del fuoco intervennero installando panne di contenimento che assorbirono i liquidi. La stessa scena si è ripetuta martedì sera, ma ormai era troppo tardi: tonnellate di liquido inquinante erano già passate e viaggiavano verso il mare. I guadieparco e i forestali non sanno ancora se la spinta ricevuta dal torrente in questi giorni dal nubifragio possa dare una speranza alla natura o sancirne una definitiva disfatta. «Ormai è già arrivato al mare - ripete Gennai - ed è probabile che entro pochi giorni il gasolio si accumuli sulle spiagge. Siamo molto preoccupati, il danno ambientale e di immagine rischia di essere enorme e irreparabile».

L’Arpat ne è convinta: gli idrocarburi arrivano dalla caserma Gamerra, il centro di addestramento per paracadutisti proprio nel comune di San Giuliano. Ma i vertici della base negano qualsiasi coinvolgimento. «Non abbiamo mai chiuso le porte in faccia a nessuno - dicono dal comando della Folgore - Arpat potrà entrare a visitare l’area. Anche noi vogliamo che si risolva il problema. Abbiamo già cercato all’interno depositi, cisterne o aree in cui ci possa essere stata una perdita. Non ne abbiamo trovati. Stiamo preparando un piano di carotaggi, e forniremo i risultato a tutte le autorità».

Per ora il fascicolo è senza indagati. Ma non è escluso che adesso sarà la Forestale a chiedere un sopralluogo. Di certo da quando chiazze e ombre iridescenti attraversano il cuore della riserva, Antonio Perfetti, biologo del Parco, compila un lugubre inventario naturalistico. Il gasolio sversato nel torrente da una condotta fognaria a Gello è un abbraccio mortale per le specie rare che vivono in questo angolo della tenuta. «Sono moltissimi gli animali che rischiano di morire - racconta il biologo - Aironi cinerini, cormorani, aironi bianchi maggiori, garzette, il falco di palude, poi folaghe e gallinelle, e perfino anatre. In questo periodo molti di questi uccelli cambiano il piumaggio primario e non riescono più a volare. Se il gasolio li travolgesse andrebbero incontro alla morte». Pochi mesi fa, poi, è riuscito ad ottenere un finanziamento europeo da 75 mila euro per ripopolare i “boschi idrofili”, 9 mila ettari di foreste allagate da acque purissime, «oligominerali», dove «crescono e sopravvivono reggendosi su un equilibrio fragilissimo piante uniche in Italia, per lo più tipiche del Nord Europa. Martedì prossimo - continua lo scienziato - eseguiremo un monitoraggio, se in quelle lame ci fosse gasolio il danno sarebbe davvero enorme».

Per questo è importante che «si faccia chiarezza subito», dice Gennai, guardando il torrente dal Ponte della Sterpaia. Sono passati ormai tre giorni dal primo allarme ma da qui le folate di vento sollevano ancora un odore penetrante. «Perfino i turisti se ne accorgono - storce il naso Gennai - E se ne accorgono anche gli uccelli migratori». «Piovanelli e corrieri grossi - racconta Perfetti - usano le nostre spiagge

come una sorta di pit stop, per riposarsi e rifocillarsi. Arrivano da Polonia e Norvegia e si dirigono in Gabon o Mauritania. La sabbia del Gombo da generazioni e generazioni è un rifugio sicuro. Ma se a riva invece di pesce trovassero gasolio, sarebbe la fine».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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