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«Spiagge di ghiaia ok, ma serve anche il recupero del lungomare»

Parla il professor Enzo Pranzini, ispiratore del progetto: «Il piano originario prevedeva in parallelo un intervento di riqualificazione urbana mai eseguito. E ora con il porto ha una motivazione in più»

PISA. Punto primo: «Il progetto originario consisteva non solo nello scaricamento della ghiaia, ma doveva essere accompagnato da interventi di riqualificazione del lungomare». Punto secondo: «Quel tratto di costa, con quei fondali e quelle onde, può essere difeso solo con il sistema delle dighe sommerse e le spiagge di ghiaia». A parlare è il professor Enzo Pranzini, docente di Scienze della Terra all’Università di Firenze: da decenni studia le coste italiane ed è stato l’ispiratore, a fianco del Comune, delle spiagge di ghiaia sin dalla prima ora, dai progetti che dagli inizi degli anni Duemila hanno iniziato ad interessare il litorale pisano. Pranzini sarà tra i relatori dell’incontro organizzato per il 17 gennaio al circolo Il Fortino di Marina dal comitato “Salviamo il paesaggio”. Ora che il dibattito sulle spiagge di ghiaia (con divisione tra favorevoli e contrari) è ripreso di fronte alla prossima apertura del cantiere per il loro raddoppio, tra piazza Gorgona e piazza Baleari, è ancor più interessante sentire la sua opinione.

Professor Pranzini, le spiagge di ghiaia a Marina continuano a dividere: c’è a chi non piacciono perché cambiano troppo la tradizione di quel tratto di costa...

«Bisogna fare una distinzione: questo sistema deve essere interpretato come metodo di difesa della costa e non come realizzazione di una spiaggia. E mi sembra che, dove è stato attuato, abbia dato risultati positivi. E’ vero anche che in origine il progetto era più ambizioso di quello che è stato realizzato».

Quali aspetti mancano?

«Il progetto non era solo lo scaricare ghiaia e sassi, e abbassare le scogliere, ma era una visione globale del territorio con un recupero di tutto il lungomare che dava valore all’operazione. Ovviamente questo tipo di lavoro non può essere fatto con i fondi della Regione per la difesa dei litorali: non può pagare la piantumazione o ricostruire delle pseudo dune o rifare la passeggiata a mare. L’idea era ricostruire un’interfaccia più morbida tra abitato, viabilità e mare, anche con una specie di spiaggia, e dare un’integrazione migliore».

Il valore del progetto era dato dunque da un doppio intervento...

«Certo, andavano insieme difesa della costa e recupero urbanistico e paesaggistico. Un aspetto quest’ultimo che ora ha anche una motivazione in più dopo la costruzione del porto. Se ci fosse un lungomare dove si può passeggiare e sostare con piacere sarebbe un valore aggiunto notevole».

La spiaggia di ghiaia esistente è molto frequentata, ma i sassi troppo grandi sono considerati scomodi da altri...

«Sulla fruibilità della spiaggia il discorso è diverso. Tanto che inizialmente fu usata una ghiaia più piccola. In effetti, se si vuole tendere verso una spiaggia fruibile, il materiale deve essere di minori dimensioni, a costo magari di una gestione un po’ più impegnativa. Credo che la spiaggia, dopo i lavori fatti, sarebbe ora stabile anche con ghiaia più fine. Ma, credo per privilegiare la difesa della costa, la Provincia ha scelto materiali più grossolani. Se uno però deve andare incontro ad altre esigenze, penso che la soluzione sia con dimensioni più vivibili, tipo quelle messe all’inizio. Un compromesso va trovato».

Si dice però che quando la ghiaia era più piccola le mareggiate avevano gioco facile a riversarla sulla strada con evidenti disagi...

«E’ successo perché il volume di ghiaia versato quando arrivò la mareggiata era la metà di quello di progetto. Le prove in canale lo avevano detto. Ero lì con altri colleghi stranieri quella mattina. Ricordo che dove il mare aveva accumulato più ghiaia, vicino ai pennelli, non avvenne né tracimazione di acqua né di ghiaia. Questione di volumi, appunto».

Anche per lei questo sistema di difesa è l’unico possibile? Cosa dice a chi rivorrebbe le sabbia?

«Con i fondali che ci sono in quella zona e con le onde che arrivano, lì la spiaggia di sabbia non ci sta. Questo progetto in realtà, quando nacque con il Comune, era un progetto di transizione. L’idea era quella di abbassare le scogliere per ridurre la riflessione delle onde sulle dighe parallele che fa allontanare la sabbia e scava i fondali. La ghiaia venne dopo, per riassorbire l’energia in più che arriva sulla strada con l’abbassamento delle scogliere. Mi sento in dovere di difendere questo metodo alla luce dei risultati che ha dato per gli scopi di difesa. In quel tratto ricordo che una spiaggia già non esisteva più, si entrava in acqua se non rischiando per la presenza degli scogli. Oggi bene o male ha una superficie fruibile, anche se capisco le difficoltà per anziani e disabili. Uno sforzo per migliorarne la fruibilità però va fatto, soprattutto se c’è una richiesta in questo senso».

Che prospettive vede per quel tratto di litorale?

«La speranza è di innalzare i fondali e che l’Arno ricominci un domani a riportare

i detriti. Con quelle condizioni sarebbe possibile ridurre ancora le dimensioni della ghiaia e rendere la spiaggia più vivibile. Ma questo è un processo molto lungo, come si disse con l’amministrazione. Occorre qualche decina di anni perché il sistema si assesti».

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