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L’altro Villaggio: rigoroso, inflessibile e fuori dagli schemi

Colleghi e studenti ricordano il fratello di Paolo che ha insegnato a lungo all’ateneo pisano: «Le lezioni erano chiarissime, ma gli esami molto difficili»

PISA. Alla fine resta il dubbio che, fra i due fratelli, non fosse il comico quello più fuori dalle righe. Il ritratto di Piero Villaggio, docente dell’Università di Pisa che si è spento nella notte fra sabato e domenica e i cui funerali si celebreranno oggi (7 gennaio) nella natia Genova, così come emerge da chi lo ha conosciuto negli anni è quello di un uomo decisamente non convenzionale e al tempo stesso molto genuino. Come professore, come accademico e come sportivo. Riservato, quasi ascetico nell’aspetto e geniale, tanto da meritarsi il riconoscimento unanime di luminare della teoria classica dell'elasticità, branca della scienza delle costruzioni che insegnava nell’ateneo pisano.

Gli aneddoti sui suoi metodi si sprecano e hanno dato, negli anni, origine a diverse leggende metropolitane: la più curiosa, e diffusa, è quella che racconta di un libretto universitario gettato dalla finestra per dimostrare a uno studente impreparato il funzionamento della forza di gravità. «Le sue lezioni erano chiarissime – racconta Alessandro Cameli, ex studente di ingegneria meccanica – spiegava tutto in maniera dettagliata. Ricordo che usava sempre dei gessi colorati bianchi e rossi per i grafici, ad ogni lezione sempre gli stessi». Il meglio lo dava però all’esame: «Durissimi – conclude Cameli - a volte nemmeno i suoi assistenti riuscivano a risolvere i problemi che ci proponeva. Ci dava 30 minuti per decidere se ci sentivamo in grado di fare l’esame o andarcene, ma il suo esame poteva essere dato solo tre volte nell’anno. Se passavi lo scritto ti aspettava l’orale: una domanda, se la sapevi bene, altrimenti arrivederci alla prossima volta». Duro, ma giusto. Come conferma Fabrizio Bracci, anche lui ex studente: «Faceva un’ora di ricevimento a settimana: quando arrivava contava gli studenti in attesa e divideva i 60 minuti per il numero di studenti, quello era il tempo che avevi a disposizione. Era un genio nel suo campo e non sopportava le raccomandazioni, se passavi il suo esame era perché lo meritavi». Fabrizio poi continua: «Badava al sodo, senza fronzoli, a volte veniva a lezione scalzo e aveva un vecchio motorino scassato che sentivamo arrivare a distanza». Dall’altra parte della cattedra ce lo racconta il prof. Fulvio Ricci che lo ha conosciuto alla Normale: «Una persona estremamente colta e seria. Viveva per il suo lavoro e in quello eccelleva, le sue ricerche non erano mai banali. Era molto modesto e soprattutto riservato, non parlava volentieri di sé ma se interrogato aveva opinioni molto nette e fondate. La sua peculiarità è stata quella di avvicinarsi allo studio della matematica avendo una formazione da ingegnere, univa due campi che normalmente non si conciliano in uno studioso».

Fuori dalle aule la sua grande passione è stata la montagna. Praticare l’alpinismo e spiegarlo erano parte della sua vita al punto da meritarsi il titolo “Accademico”. Angelo Nerli, presidente del Club Alpino Italiano di Pisa ne ha condiviso il cammino dal lontano 1966: «Era collega di mio padre, insegnante all’università. La sua anima di docente veniva fuori anche qui, tanto che teneva il corso di storia dell’alpinismo nella nostra scuola. Come alpinista era un ottimo arrampicatore: esperto e coscienzioso, e che io sappia non ha mai avuto un incidente

in vita sua e già questo è significativo. Insieme abbiamo fatto diverse vie sulle Dolomiti, so che si allenava nella palestra di Vecchiano per poi affrontare pareti anche di sesto grado. Gli ho sempre invidiato la capacità di abbuffarsi senza prendere un grammo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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