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Internet festival, la lezione di Schnapp oltre la frontiera tra tecnologia e cultura

Il direttore di Metalab, Università di Harvard, ha illustrato a Pisa le opportunità

dell'applicazione tecnologica alle scienze umanistiche. Così nascono gli archivi del futuro

PISA. La tecnologia non è l'insieme degli strumenti che determina le nostre abitudini, sono le nostre abitudini a stabilire la rilevanza di una tecnologia. Il digitale per quanto seduttivo ha rilevanza solo nella misura in cui modifica il nostro mondo analogico. Sono due delle conclusioni enunciate da Jaffrey Schnapp al termine della sua conferenza "Meet the media guru" all'Internet festival di Pisa alla Gipsoteca di arte antica che si è tenuta venerdì 11 ottobre. La prima barriera che Schnapp rompe è quella dei termini che distinguono la tecnologia dalla cultura umanistica. È questo il senso delle parole "digital humanities", un ponte tra compenze specialistiche che devono parlarsi. "Oggi - dice Schnapp - si possono costruire grandi mosaici attraverso tessere sempre più piccole di competenza".

Da qui Schnapp prende spunto per parlare dell'esperienza Metalab, da lui diretta all'Università di Harvard: "Il nostro team è ibrido e comprende ingegneri che fanno gli artisti visivi, storici che fanno i designer, urbanisti che fanno i programmatori. Lavoriamo in uno spazio di gioco che è anche una realtà imprenditoriale. Perché anche negli Stati Uniti non ci sono soldi per la ricerca e noi lottiamo ogni giorno per la nostra sopravvivenza".

Per esemplificare questo nuovo modo di pensare e documentare la storia della cultura, Schnapp si è soffermato a lungo su un tema: l'archivio. Non più un deposito fisico in cui sono contenuti degli oggetti ma un flusso dinamico di informazioni che non risiedono fisicamente in nessun luogo. "Un modello di patrimonio culturale - dice Schnapp - che preserva come un magazzino è un patrimonio solo potenziale. I patrimoni culturali invece vivono solo se vengono vissuti".

Un esempio di archivio così costruito è quello di jdarchive.org sul disastro nucleare in Giappone: un archivio su un evento che non si è ancora concluso (e già questo sarebbe stato un tempo impensabile). I suoi elementi risiedono nei database di vari partner, la loro combinazione è possibile solo attraverso il sito stesso. E' qui, inoltre, che l'archivio si costruisce effettivamente, anche attraverso il contributo dei navigatori che compongono un percorso di lettura, una "collezione" che diventa parte essa stessa dell'archivio. Un archivio "in progress", implementato dalle persone che lo consultano.

 

Un'altra applicazione di questo modello è Curarium (non ancora online) che raccoglie oltre 17mila fotografie di opere d'arte al momento disperse. A realizzare la maggior parte di queste foto è stato uno storico e collezionista d'arte, Bernard Berenson. Lo scopo è

quello di mettere a disposizione queste immagine per ritrovare l'opera e studiarla.

"Il destino della grande maggioranza delle opere che documentano la storia della cultura - dice Schnapp - è di restare invisibili". La tecnologia oggi offre anche l'opportunità di riappropriarsene.

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