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Quel volto che somiglia al Duce

Decine di graffiti sui muri della città realizzati da un artista misterioso: «Il fascismo però non c’entra»

PISA. Hanno iniziato a comparire sui muri di Pisa al ritmo di uno al mese; poi c’è stata un’accelerazione e ogni settimana spuntavano ulteriori variazioni sul tema di quei faccioni inquietanti (e che per alcuni ricordano il Duce). Se ne contano circa trenta ormai, ma dietro c’è arte, nessuna apologia del fascismo. Anzi l’autore – che non rivela la propria identità – precisa via Internet: «Voglio rassicurare che il Bigghed non ha forma politica; non l’ho mai fatto con l’intento di riprodurre Mussolini e io onestamente non è quello che vedo. Mi spiace per gli altri, anche se ci sarà qualcuno che ne godrà».

Bigghed è il nome del personaggio disegnato: solo da poco tempo su alcuni graffiti compare anche la firma, che ci ha permesso di risalire (tramite web) all’autore. Di lui non conosciamo il nome vero, ma sappiamo che vive a Pisa e che nella vita fa «ben altro». Chiameremo Bigghed anche il graffitaro riluttante, con lo stesso nome di quella «faccia molto seria che giudica: era quello che volevo la gente vedesse».

L’ispirazione per il disegno viene dai Moai, le enormi statue che “popolano” l’isola di Pasqua: opere misteriose che hanno «appassionato fin da piccolo» Bigghed e delle quali ha fatto la stilizzazione ormai riprodotta in mezza città. Si trovano in via Piave (con tanto di cuore rosso), in piazza dei Cavalieri (con una cornice che sembra “littoria”), sul muro dello stadio di fronte a via XXIV maggio, sul sottopasso che porta al Cep e così via. Una delle ultime apparse cita lo stile degli “stencil” di Banksy e si trova in via Betti, davanti alla piscina del complesso Marchesi.

Bigghed racconta il suo «faccione: guarda e ti interpella, sembra possa giudicare, ma non lo fa. Vorrebbe solo spronare a fare meglio. Io a volte lo guardo ed è come se mi chiedesse: “Hai fatto del tuo meglio? o solo degli sbagli?”. Ma allo stesso tempo, se hai fatto del tuo meglio, è una faccia confortante, non è così severa».

Questa è la genesi. Poi il gioco, anzi lui la chiama «sfida», man mano che il numero di repliche cresceva ha assunto un significato di denuncia sociale sulla superficialità con cui ci lasciamo attraversare da «quello che vediamo, perché il messaggio spesso è tanto chiaro e diretto, da farci diventare degli imbecilli e non vedere più quello che ci sta intorno». L’autore pronostica: «Sono sicuro che c’è tantissima gente che è passata accanto al Bigghed senza neanche accorgersene, ma volevo che chi lo vede continuasse a notarlo un po’ ovunque e si chiedesse a quel punto: “Ma cosa è? o chi è?”. La risposta non è poi così semplice: forse siamo noi, quello che facciamo e come ci comportiamo. E spesso non sapere cosa è o chi è incuriosisce e fa bene: è il mistero… è il chiedersi che dà vita».

Sul sito www.bigghed.com il faccione compare centinaia di volte senza neanche una parola, eppure nei metacontenuti (parte nascosta del codice

che leggono solo i motori di ricerca) in inglese ci sono una sentenza («a volte la tua voce è più forte quando è scritta») e un invito esoterico: «Bigghed sta cercando di entrare nel tuo cuore e nel tuo animo, ma ora esci di casa e vai a prendere un po’ di sole!».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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