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L'antico stadio teatro dei ricordi e dell'orgoglio - Il commento

Non era mai accaduto prima d’ora che il glorioso stadio Magona potesse riabbracciare in un sol colpo piccoli e grandi eroi di sfide lontane e vicine nel tempo

Certe serate mica finiscono quando arriva buio pesto. Certe serate restano, perché sono quelle dei ricordi, quelle in cui la macchina del tempo fa un regalo a tutti quelli che sono planati lì dal passato remoto e dal passato prossimo e si sono ritrovati a far rivivere emozioni perdute. A quelli che le avevano vissute e anche a quelli che non c’erano. Non era mai accaduto prima d’ora che il glorioso stadio Magona potesse riabbracciare in un sol colpo piccoli e grandi eroi di sfide lontane e vicine nel tempo, che si potesse rievocare in un lampo i fasti della Serie B di cui i protagonisti sono persi nei ricordi e quelli di “spalti gremiti in ogni ordine di posti”, detto alla Sandro Ciotti, a proposito di epiche battaglie in serie minori vissute con grande partecipazione popolare.

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E quindi viene solo da dire grazie a quelli del comitato #stadioxtutti che in poco tempo hanno liberato il tempio in disarmo dalla morsa di erbacce e degrado e lo hanno rianimato, riportato in vita e restituito alla speranza. Mi hanno chiesto di fare da speaker, di raccontare con un microfono quello che tanti anni fa raccontavo con la penna e sono stato onorato di farlo: ho ignorato il nuovo ingresso di via Salgari e sono entrato dal vecchio, quello con la scritta “Dopolavoro Magona d’Italia - campo sportivo”, perché era quella la porta delle emozioni che ho vissuto prima da ragazzino tifoso e poi da cronista, era da lì che le domeniche sportive di migliaia di piombinesi (per le partite di cartello dai 3.000 ai 6.000 paganti) cominciavano subito dopo pranzo e finivano al tramonto d’inverno e nel cuore del pomeriggio primaverile e d’autunno. Si andava e si tornava a piedi e lo sciamare della folla era un segnale che la partita era finita: da come si muovevano quei passi, chi era rimasto in centro ad aspettare la fine poteva capire come era andata: passo lento per la sconfitta, baldanzoso per il trionfo.

Non varcavo più quella soglia da più di vent’anni, non sopportavo l’idea della tribuna sventrata, del simbolo di quello stadio strappato nel peggiore dei modi, per incuria e per incapacità di gestione. Confesso di essermi emozionato: di aver camminato sentendo vicine altre persone che non c’erano e di essere entrato in una specie di tunnel verso il passato. Con molti di quei ragazzi che giocavano quando raccontavo le loro imprese sono rimasto in contatto ma il contesto ha reso quei volti diversi, negli occhi di tutti c’era una luce particolare. E con quelli che non vedevo da tempo erano pacche sulle spalle, abbracci e un fiorire di ricordi. Aneddoti, retroscena (condivisi e non) e un saluto particolare per il Capitano fra i capitani, Luciano Bianchi. L’ho preso sottobraccio e l’ho portato nel punto in cui batté la punizione che infilò al sette nella porta della Juventus in un’amichevole rimasta storica. In quel momento era come se fosse tornato a quegli attimi speciali ed è stato bello vederlo entrare nel vortice delle cose belle. Anche se poi non ha giocato, la sola sua presenza ha avuto un gran valore: per lui gli applausi più convinti, segno che non è passato invano. Come gli altri, del resto.

Chiamarli uno a uno al centro del campo per un applauso, mescolati con i giocatori di oggi che li hanno aiutati a portare in fondo la partita, è stato come rivivere in pochi minuti decenni di storia del nostro calcio che sarà stato fatto anche a pane e salame ma ha un fondo di genuinità e un immenso valore sociale. Fra gli ex calciatori anche un ex sindaco come Gianni Anselmi, che in mattinata in un post su Facebook aveva raccontato di come quell’esperienza sportiva lo avesse aiutato anche nel “dopo”. Un bel messaggio, che dà forza a chi vuol rilanciare questo sport un po’ in disarmo e in difficoltà per mancanza di risorse. Piombino sta vivendo una fra le sue epoche peggiori ma i sorrisi, la forza che i volontari del comitato hanno trasmesso a tutti è di buon auspicio.

Il calcio non è solo lo sport più seguito, quello più bello, ha anche un valore sociale: quelli che lo gestiscono lo stanno uccidendo offrendolo in ostaggio a quelli che portano i soldi dei diritti tv. Le partite a ogni ora del giorno e della sera strozzano l’attività di base, oggi è molto più difficile che ai tempi andati. Aldo Agroppi ha spiegato nell’intervallo che «il calcio vero è quello di base, se non favoriamo lo sviluppo di questa attività rischiamo di ucciderlo». È stato bello che anche uno come Igor Protti, pur non avendo mai vestito la maglia del Piombino, abbia voluto esserci, giocare e testimoniare la sua vicinanza. Uno che ai suoi giocatori, al Livorno, impone di imparare la storia di quella società «perché solo così si può capire cosa provano i tifosi» è un esempio da seguire.

Abbiamo ricordato un po’ tutti, anche molti fra quelli che non ci sono più. Abbiamo privilegiato il campo ma nessuno ha dimenticato chi ha permesso che negli anni qui si facesse calcio. Sabato sera al Magona è stato come se ci fossero stati tutti quanti. È stata la sera dei ricordi nel teatro di antiche e nuove passioni: non solo orgoglio, anche voglia di rilancio. Una bella serata, una piccola grande sera dei miracoli. Di quelle che restano.

 

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