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Travaglia, cuore piombinese a Wimbledon 

Ascolano ma con madre nata e cresciuta in città. Tanti infortuni poi la rinascita, per la prima volta sull’erba cede al quinto a Rublev

PIOMBINO. Ha tenuto attaccati per tre ore e mezza agli smartphone e ai pc i tanti tifosi piombinesi che speravano nell’impresa, poi ha ceduto al quinto set ad Andrey Rublev, talentuoso 19enne russo, numero 92 delle classifiche mondiali (6-7 6-3 7-5 1-6 7-5).

Stefano Travaglia, 25 anni, ascolano di nascita ma con solide radici piombinesi (la madre è Simonetta Bozzano, ex giocatrice e poi maestra, il nonno Arnaldo Bozzano è stato uno dei pionieri del tennis cittadino e grande dirigente negli anni Settanta del secolo scorso) non ce l’ha fatta ma ha dimostrato che dopo una serie incredibili di disavventure, nel tennis dei grandi ci può stare grazie ai mezzi tecnici e alla tenacia.

Travaglia, “Steto” per gli amici, a Piombino è di casa, al circolo Atp di Casone Maresma non solo gli è capitato di allenarsi ma è pure passato dal torneo internazionale, appena diciottenne, nel 2009, seppure con poca fortuna (sconfitto 6-4 7-6 da Roberto Marcora).

Travaglia, che non aveva mai giocato sull’erba, quest’anno a Wimbledon ha passato le durissime qualificazioni (imponendosi tra l’altro, scherzo del destino, a un altro giocatore che ha a che fare con Piombino, e cioè la speranza francese Quentin Halys, 139 del mondo, vincitore al torneo Itf dell’Atp nel 2015).

Ieri Travaglia ha lottato punto su punto con Rublev, ha avuto le sue chances, finendo battuto solo al quinto set. L’azzurro, attualmente 155 del mondo, con i punti londinesi scalerà probabilmente una quindicina di posizioni.

Parlare di tenacia riferendosi a Travaglia non è un modo di dire. La sua infatti è una storia segnata da gravissimi infortuni che avrebbero scoraggiato chiunque. Il giovane ascolano ha iniziato la sua carriera nei tornei sudamericani, specializzandosi sulla terra battuta e vincendo il suo primo torneo Itf a 18 anni, in Cile. Si fa le ossa nei futures argentini, incomincia ad accumulare punti mondiali. Poi nel 2011, di rientro a casa dal torneo di Fano, scivola sulle scale, sbatte contro una finestra, una scheggia di vetro sul braccio destro gli procura una lacerazione dal polso al gomito, interessando anche i tendini della mano.

La prima diagnosi parla di un anno per la ripresa delle funzioni minime, senza fare scommesse su un ritorno all’agonismo. Lui invece dopo otto mesi è di nuovo in campo. Riprende a giocare in Argentina, ma intanto è scivolato intorno alla 700 posizione, dopo essere stato numero 309. Pian piano risale, vince molti futures, arriva a giocare gli Internazionali di Roma dove cede al davisman Simone Bolelli in tre set tiratissimi (3-6 7-5 7-6), e ad agosto entra nei primi 200 della classifica mondiale.

Il momento è felice ma le sventure non sono finite: nel 2015 si frattura lo scafoide della mano sinistra, due mesi di stop, poi nel 2016 arriva un altro gravissimo infortunio: frattura da stress alla schiena, sette mesi di stop di cui tre immobile a letto.

A quel punto in molti pensano al ritiro, troppi guai fisici sembrano ormai aver condizionato irreparabilmente la sua carriera. Ma lui non molla, ci crede, torna in campo, maturato nello spirito dalle tante disavventure. Così a maggio di quest’anno vince il suo primo challenger a Ostrava, conquista altri punti nei tornei successivi. E con i punti cresce il morale e la voglia di salire ancora, di provare a entrare nel tabellone di Wimbledon. Un sogno che si è avverato, con la sensazione è che per lui questo sia solo l’inizio di una nuova carriera.

«Tutte le disavventure che ho avuto mi hanno fatto crescere – ha detto ieri dopo il match con Rublev, secondo quanto riporta il portale Ubitennis – Certo non è detto che se non avessi

avuto gli infortuni del passato adesso sarei stato top 50, magari sarei stato peggio. Ero uno nervoso in campo, ho imparato a tenere un atteggiamento professionale. Alla fine la partita col russo è girata per un soffio, e sono contento di come ho giocato».


 

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