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Jindal: famiglia e religione per celebrare l’acquisto di Aferpi

Jindal: famiglia e religione per celebrare l’acquisto di Aferpi

L’industriale indiano tiene insieme affari e culto dello spirito E sugli investimenti non subisce la pressione del sindacato

PIOMBINO. La visita di Sajjan Jindal e della moglie Sangita allo stabilimento ex Lucchini (questo tra l’altro sarebbe il marchio che il nuovo proprietario delle acciaierie vorrebbe per la fabbrica piombinese) ha rappresentato in modo plastico la portata del cambiamento.

Un cambiamento non solo per l’esperienza siderurgica che porta con sé Jindal, con un’enorme differenza rispetto a quella di Issad Rebrab, ma anche per evidenti aspetti culturali, connessi alla religione.

Rebrab veniva da una regione dell’Algeria, la Cabilia, in cui convivono cristiani e musulmani, ma nel suo Paese comunque la religione islamica è dominante, con tutte le regole e le conseguenze che comporta.

La famiglia Jindal invece è induista, seguace cioè di una religione che rappresenta un coacervo di correnti.

Per alcuni studiosi non si parla solo di una religione ma appunto più in generale di una cultura, una visione del mondo, della vita e dei comportamenti quotidiani, nel quadro di una civiltà rigidamente fedele al proprio passato.

Venerdì dunque negli uffici della direzione la cerimonia della benedizione da parte di un pandit (uomo di cultura appartenente alla casta brahminica) e poi del vescovo Carlo Ciattini, invitato come forma di rispetto per il Paese che lo ospita e per la religione prevalente in Italia, ha rappresentato un significato profondo, forse per Jindal il vero momento in cui anche simbolicamente ha assunto l’impegno della guida della fabbrica piombinese.

Certo, il presidente di Jsw è comunque un industriale e un uomo d’affari e nella sua seconda visita piombinese evidentemente non c’è stato solo l’elemento spirituale e simbolico.

Alla cerimonia di venerdì Jindal, che aveva al collo una ghirlanda di fiori, aveva radunato la sua squadra, composta da una ventina di persone: con i dirigenti dello stabilimento a cui ha affidato l’obiettivo di «trasformare la fabbrica in uno stabilimento d’avanguardia» (Fausto Azzi, Riccardo Grilli e Sergio Simoni) c’era anche Marco Carrai, presidente della società Toscana aeroporti, grande amico di Matteo Renzi, e molto importante nell’ultima fase della complessa trattativa con Issad Rebrab per la cessione dello stabilimento piombinese.

Jindal ha incontrato i capireparto e poi ha voluto visitare con Azzi lo stabilimento fino ai piazzali del porto, conferma seppur scontata di quanto contino per lui le banchine.

Nella terza fase della giornata è arrivato l’incontro con i sindacati.

I segretari di Fim, Fiom e Uilm hanno avuto – almeno per il momento – le risposte che chiedevano rispetto alla continuità produttiva, che Jindal ha garantito con l’invio in serie di navi di blumi dall’India per il treno rotaie e di billette dall’Oman per far ripartire nel giro di uno-due mesi anche il treno vergella e il medio piccolo.

Se è chiaro l’impegno sui treni di laminazione - entro sei mesi Jindal vuol rientrare a pieno titolo nel mercato – l’industriale

indiano non si lascia tirare per la giacchetta sui tempi degli investimenti per tornare a produrre acciaio: «Avanti a piccoli passi» ha risposto infatti a chi gli chiedeva di accelerare le operazioni preliminari alla realizzazione dei forni elettrici.


 

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