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"Non dire nulla". Il viceprefetto si fa boss e dopo la bomba ordina il silenzio

Daveti, il "viceré" dell'Elba arrestato dalla Guardia di Finanza, viene intercettato mentre parla con l'amico a cui ha procurato l'esplosivo. Ecco tutti gli affari illeciti del funzionario

LIVORNO. «Per ora non hai detto nulle vero?». «Zero, nemmeno quando sono nato». A forza di orchestrare frodi e contrabbandare alcol e sigarette, a suon di fare affari con un uomo della ‘ndrangheta, Giovanni Daveti a un certo punto s’è fatto boss, da viceré e uomo delle istituzioni, il viceprefetto dell’Elba s’è sentito un padrino e ha ordinato l’esplosivo per vendicare Stefano Del Cacciatore, un amico vittima di una presunta truffa immobiliare. È il 20 novembre scorso. Gli inquirenti quell’amico l’hanno beccato con la “bomba” sul lungomare di Livorno e arrestato. E subito dopo l’uomo di Stato, 66 anni, repretende il silenzio. È l’apice di un anno di illeciti e di un’inchiesta condotta dalla Procura di Livorno e affidata alla Guardia di Finanza: ieri il viceprefetto è finito in carcere insieme a Giuseppe Belfiore, 61 anni, più volte in manette per associazione di stampo mafioso e considerato dagli inquirenti un affiliato della cosca di Gioiosa Ionica, che fu mandante dell’omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, ucciso nel 1983.

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Oltre ai due, ai domiciliari anche altre otto persone considerate membri di una banda. Le accuse, pesantissime: associazione a delinquere, porto di esplosivi, fino a quella di aver cancellato per conto di persone nei guai con l’Erario le tracce di tasse non pagate attraverso operazioni informatiche che cancellavano i debiti compensandoli con falsi crediti Irpef. Non solo. Il “viceré” dell’Elba, insieme e Davide Alpi, faccendiere di Faenza, era diventato il terminale di un’organizzazione che alimentava il contrabbando di sigarette e alcolici dall’Inghilterra all’Africa per conto di Belfiore utilizzando depositi conniventi a Livorno o la società G2 di Asti per sottrarre le merci al pagamento di accise più care dei paesi extra Ue. Sono quattro i filoni di attività illegali contestate dalla Procura. Uno è quello da cui nasce l’indagine, la frode fiscale. Quello per cui Daveti da vittima diventa carnefice. È lui il primo a chiedere aiuto al boss: ha accumulato 115 mila euro di cartelle Equitalia, ma grazie all’amico calabrese e a un commercialista complice a Torino, Vincenzo Greco, ex funzionario dell’Agenzia delle Entrate poi licenziato, riesce ad azzerarli.

Il sistema funziona così: fraziona l’importo in somme più piccole e le “copre” con F24 pagati 1 euro via home banking in modo da eludere i controlli automatizzati. Il metodo da lì diventa un automatismo, e il viceré comincia a procacciarsi clienti. Che in cambio pagano il 22% della somma a Belfiore e l’8% in mazzette a lui. Alla fine la banda fa sparire 1 milione di euro. Poi c’è il contrabbando. Infine l’esplosivo da far brillare sotto l’auto di un nemico con un telecomando. A procurarlo a Daveti, attraverso Alpi, è Giambattista Ancarani, anche lui agli arresti. Dopo essersi accertato che l’amico arrestato resterà muto, Daveti chiama Alpi. E chiede: «E Battista?». «Puoi stare sereno, con il telecomando non possono risalire all’identità»

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