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Si spegne a 28 anni il sorriso di Federica

Piombino: ha lottato con coraggio fino all’ultimo contro la malattia. Le condoglianze del sindaco

PIOMBINO. Sin dai tempi dei Greci e poi avanti fino ai poeti contemporanei si è cercato di dare un senso, con le parole, alla morte di un giovane. Un senso, un conforto, una consolazione per chi resta. “Muore giovane chi è caro agli dei”. Si è ripetuto per secoli. Ma non è mai una consolazione. Mai. Per i genitori è il dolore più profondo. Inimmaginabile.

Federica Marcuccio fra poco avrebbe compiuto 28 anni. Era bella, molto bella. Aveva un fantastico sorriso che iniziava dagli occhi. Era forte, amava la vita e sognava di fare il medico. È morta nella sua abitazione di via Tellini, uccisa non solo da una malattia particolarmente aggressiva ma anche da una sfortunata concatenazione di eventi. E pure dai tempi della burocrazia, tempi inconciliabili con l’urgenza di provare nuove cure, nuove terapie.

Federica, studentessa di Medicina all’università di Pisa, due anni fa aveva scoperto di essere ammalata. Da allora non aveva mai smesso di combattere e di condurre, nei limiti di quanto le era possibile, una vita normale. La scuola, le amiche, le passioni, gli hobby, la famiglia, Federica non aveva mai cambiato le proprie abitudini e soprattutto non aveva mai interrotto il cammino verso una speranza di guarigione.

Figlia unica di Giuseppe Marcuccio e Luisella Lorenzini, dopo la separazione dei genitori Federica era rimasta con la madre ma in questi anni ha sempre mantenuto un legame solido e un rapporto stretto con il padre. E proprio insieme al padre, a gennaio, era volata negli Stati Uniti. A Houston, nella clinica del professor Mauro Ferrari, presidente e Ceo del Methodist hospital research institute, per lei e la sua famiglia si era accesa una fiammella di speranza concreta. A contattare il professor Ferrari, uno degli scienziati italiani più rinomati che lavorano all’estero, esperto di nanotecnologie biomediche e nanomedicina, era stato il padre di Federica alla fine dell’estate scorsa. Un tentativo quasi disperato fatto sul web senza grosse aspettative: e invece, poche ore dopo aver letto quell’email, il professore in persona aveva contattato Giuseppe al telefono. Si era fatto raccontare tutto, aveva parlato anche con Federica e li aveva invitati a Houston per mostrare loro la terapia sperimentale alla quale stava lavorando la propria equipe di ricercatori.

Federica con il padre Giuseppe e il...
Federica con il padre Giuseppe e il professor Ferrari a Houston

Il viaggio era stato organizzato subito ma poi rimandato all’ultimo momento per un infortunio di Federica che, cadendo, si era fratturata una gamba. Un ritardo che non ci voleva, considerando le sue condizioni già gravi. Babbo e figlia avevano dovuto quindi aspettare ed erano partiti a gennaio di quest’anno. Poi il rientro a Piombino, in attesa che la commissione etica americana concedesse ai ricercatori texani di accorciare i tempi con le cavie e quindi autorizzasse la terapia. Federica nel frattempo aveva continuato le cure con lo staff di Cisanello, da quel punto in contatto con i colleghi americani. Ma l’autorizzazione non era stata concessa. Ci sarebbe voluto almeno un altro anno per concludere la sperimentazione.

Federica aveva così proseguito la terapia con i medici di Pisa continuando a studiare e a lottare come una leonessa. Ma verso la fine di aprile le sue condizioni erano precipitate. Insieme a qualsiasi speranza.

In questi ultimi giorni di straziante attesa Federica è stata tenuta a casa, nel suo ambiente, tra le sue cose e i suoi affetti. Nella sua cameretta, monitorata costantemente dai medici. Finché non si è spenta, alle due di ieri notte, tra le braccia e le lacrime di Luisella e di Beppe.

È una tragedia che ha commosso tutti in città. Anche il sindaco Massimo Giuliani, appresa la notizia, ha voluto esprimere il proprio cordoglio con un post su Facebook: «Un’altra giovane vita spezzata da uno degli ancora tanti mali incurabili della nostra umanità. Federica ha combattuto, come hanno combattuto tutti i suoi familiari che le sono stati accanto. Per questo credo che dobbiamo fare di più, di più per la ricerca, di più per le diagnosi e le cure, di più per stare vicini con tutti i servizi possibili a queste famiglie. Oggi è il momento del dolore che spero possa essere in qualche modo e almeno in piccola parte lenito dalla vicinanza di tutta la nostra comunità. Ho parlato con il padre di Federica, Giuseppe, e rinnovo le condoglianze, a lui e a tutta la famiglia, della nostra città, che si stringerà come sempre intorno a chi ha bisogno come un’unica famiglia».

Ciao, cara Fede. Non ti dimenticheremo.

Un bellissimo primo piano di Federica
Un bellissimo primo piano di Federica

 

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