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Dal baratro alla rinascita, ora Riccardo sogna le gare

L’operaio di San Vincenzo perse una gamba in un incidente alle acciaierie. Non ha mollato e da un anno si allena sulla handbike: «Mi sono rimesso in gioco»

SAN VINCENZO. Era iniziata come una giornata delle tante di una vita come tante quel 7 gennaio di ventuno anni fa. Il giovane operaio è al lavoro con altri due colleghi nelle Acciaierie. Davanti a lui un macchinario ancora in fase di allestimento che in un attimo si trasforma in mostro. Tutto improvvisamente si avvolge in una vertigine di dolore, disperazione, caparbietà, orgoglio, caduta e risalita.

Questa è la storia di Riccardo Camerini, sanvincenzino, dipendente Lucchini che aveva un posto stabile, una grande cerchia di amici, una ragazza dallo sguardo dolcissimo di nome Barbara e i sogni della gioventù operaia di quegli anni: una famiglia, la casa, lo sport, le lunghe estati al mare. Quella mattina del 1997 Riccardo Camerini rimane vittima di ciò che continuiamo impropriamente a chiamare “incidente sul lavoro”. Il suo corpo resta impigliato fra le lame taglienti e una gamba viene orribilmente straziata. L’orrore, la paura, il volo sull’elicottero messo a disposizione dal datore di lavoro per trasportarlo a Brescia in un centro specializzato, le prime cure per cercare di salvargli l’arto, il coma indotto e il risveglio. Con la notizia che gli ha cambiato la vita.

Camerini con la handbike
Camerini con la handbike

Il rischio grosso è passato ma bisogna amputare la gamba. Disperazione, incredulità, terrore. Ma anche voglia di combattere e di camminare, sia pure con una gamba sola, sentendosi quasi miracolato, perché quell’incidente avrebbe potuto ucciderlo e invece lui era vivo. Oggi Camerini di anni ne ha 47, lavora come guardia giurata nell’azienda alla quale anche dopo quel maledetto 7 gennaio è rimasto fedele. A dispetto del suo handicap ha realizzato molti progetti, fra cui quello di farsi una famiglia con la donna che gli è stata accanto anche nei momenti bui e di mettere al mondo una figlia, Aurora, che a tredici anni è la più grande fan del suo babbo, disabile ma forte come una roccia, nonché aspirante campione di handbike, un particolare tipo di bici che si muove con la forza delle braccia. È stata dura, ma Riccardo ce l’ha fatta. La battaglia contro il destino l’ha vinta lui.

Una battaglia la sua che continua ancora oggi. Ma a quei momenti terribili di ventuno anni fa ci pensa ancora o li ha rimossi?
«Dell’incidente e del periodo in cui sono stato in coma farmacologico non ricordo niente. Ma non dimentico, non voglio dimenticare tutto il resto, perché pur non augurando neppure al mio peggior nemico un’esperienza come la mia, sono consapevole che la vita mi ha messo davanti a una grande prova».

Una prova molto dura?
«Sì, ma sarei potuto uscire dall’ospedale devastato e invece non ho mai avuto bisogno di psicologi, non sono mai stato aiutato da nessuno se non da me stesso e dalla mia famiglia, perché sia i miei genitori che mia moglie – a quei tempi eravamo ancora fidanzati – hanno lottato con me fin dal primo momento».

Ha avuto accanto anche degli amici?
«Tanti. Gli amici del basket, uno dei miei sport preferiti fra tutti quelli che praticavo, e altre persone meravigliose che prima conoscevo appena e dopo l’incidente si sono legate a me solo per darmi conforto. Ho avuto aiuto anche da gente con i miei stessi problemi che mi ha supportato con il suo esempio e i consigli, cosa che adesso faccio anche io per chi ha bisogno. Ma ci sono stati anche pseudo amici che invece si sono defilati e che, sia pure a malincuore, ho cancellato dalla mia vita».

Ci pensa qualche volta a quella che avrebbe potuto essere la sua esistenza se quella gamba fosse ancora al suo posto?
«Tutti i giorni».

Prova rabbia?
«I primi tempi ho provato tanta disperazione. Anche il mio carattere è cambiato: mi sentivo un animale ingabbiato, trattavo male soprattutto le persone care, quelle che sapevo mi avrebbero perdonato, perché in qualche modo dovevo sfogarmi. Ma la rabbia no, non l’ho mai provata e neanche la rassegnazione, neppure durante i 16 interventi che ho dovuto subire, in cui sembrava che niente andasse per il verso giusto».

In cosa si sente cambiato oggi rispetto al Riccardo di ventuno anni fa?
«In molte cose. Quello che riesco a fare con una gamba se fossi stato normodotato non l’avrei mai fatto. La forza d’animo, la forza di volontà, il desiderio di competizione, il bisogno di mettermi continuamente in discussione...Tutto è arrivato con la disabilità, che mi ha tolto tanto ma mi ha reso migliore».

Il suo approccio con l’handicap è dunque positivo?
«Può sembrare strano ma faccio di tutto perché lo sia. In fondo, pur nella disgrazia sono un privilegiato e me ne accorgo quando vado a Budrio, nel centro protesi dell’Inail, vedendo chi sta peggio di me. In vent’anni per i controlli e gli aggiustamenti della protesi in quel centro ci sono stato parecchie volte e ho visto cose tremende: bambini senza gambe e senza braccia, amputati bilaterali, mutilati di guerra...».

Tanti drammi, dolori immensi. Qual è il comune dominatore di queste storie?
«La stessa voglia di tornare a vivere. Giovani, vecchi, belli, brutti, laureati o analfabeti siamo tutti uguali, con le nostre paure, la nostra fatica e la nostra lotta. Bisogna avere pazienza, perché ce ne vuole tanta, mettersi in mano a dei professionisti e aspettare: chi prima e chi dopo ce la fa... Di fronte al mio moncone di gamba ricordo che il dottore mi disse: “Riccardo la strada sarà dura”. Ma aggiunse anche: “Ce la faremo! E aveva ragione».

Il fatto di abitare in una piccola realtà come San Vincenzo ha contribuito al superamento dei suoi problemi?
«Senz’altro. Prima non mi conosceva nessuno, mentre da dopo l’amputazione mi conoscono tutti. Addirittura mi fermano per strada, quasi fossi un frate confessore, per raccontarmi i loro problemi e chiedermi consiglio. E questo in una città sarebbe impossibile».

Lei ha una figlia di tredici anni. La sua presenza l’ha aiutata a lottare?
«Moltissimo, anche se ho aspettato cinque anni prima di decidermi a metterla al mondo, proprio perché da padre disabile temevo di nuocerle. Invece è stata proprio Aurora, che mi ha sempre visto così ed è consapevole di avere un padre senza una gamba, a darmi tanti stimoli, come quello di rimettermi a fare sport dopo che mi ero completamente adagiato, io che sono sempre stato un iperattivo. Lei non si sente una figlia diversa e con la massima naturalezza mi porta la protesi, me la pulisce, mi aiuta quando ho bisogno di supporto. È maturata prima del previsto - anche se quando aveva solo cinque anni, la morte improvvisa di mio padre che lei adorava, le ha causato non pochi problemi psicologici - ed è una bambina con grandi valori, sensibile e generosa».

Da un anno pratica l’handbike. Pensa di gareggiare un giorno?
«Lo vorrei. Mi sono rimesso in gioco dopo tanto tempo e senza troppa speranza di farcela. All’inizio è stato faticoso, ma poi ho conosciuto le persone giuste che mi hanno aiutato e adesso mi sto allenando, vado in palestra tutti i giorni, grazie all’aiuto dell’Inail ho preso una handbike e quando posso testo le mie capacità sui circuiti della Principessa o sulla Bolgherese. Rispetto ad altri compagni sono solo agli inizi, ma la cosa mi entusiasma, non vedo l’ora di poter partecipare alle gare e naturalmente di vincere! ».

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