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Magona-Arvedi, firmato il preliminare

Magona-Arvedi, firmato il preliminare

L’intesa annunciata da Arcelor Mittal con due clausole legate al giudizio dell’antitrust e all’effettivo acquisto dell’Ilva di Taranto

PIOMBINO. Arcelor Mittal e Finarvedi hanno firmato un accordo preliminare, condizionato dal rispetto di due clausole, per la cessione della Magona al gruppo cremonese. Stavolta non si tratta di indiscrezioni, ma dell’ufficializzazione dell’intesa, annunciata mercoledì 27 dicembre  dall’amministratore delegato di Arcelor Mittal Piombino, Leandro Nannipieri, alle rsu e alle segreterie di Fim, Fiom e Uilm.

La decisione di rendere pubblico l’accordo (dopo visite e contatti avviati a fine estate, come anticipato dal Tirreno lo scorso 23 settembre) fondamentalmente trova le sue ragioni nella fase particolarmente complicata che vive la vicenda dell’Ilva di Taranto, tale da consigliare a Lakshmi Mittal di rispondere intanto in modo chiaro a una delle richieste (l’altra è l’uscita di Marcegaglia dalla cordata) formulate dall’Antitrust europeo per dare il via libera all’acquisizione dello stabilimento pugliese. E cioè cedere la Magona di Piombino, per evitare che la produzione del gruppo franco-indiano dopo l’acquisizione dell’Ilva superi il limite previsto dalle normative, in particolare di zincato.

Quanto la cessione a Giovanni Arvedi della Magona sia legata alla vicenda Ilva del resto è stato chiarito da Nannipieri, che secondo quanto riferiscono Fim, Fiom e Uilm in una nota, ha spiegato come l’affare sia vincolato a due clausole precise: «Che l’antitrust ritenga valido e propedeutico questo rimedio per l’acquisizione di Ilva da parte di Arcelor Mittal, e che Ilva venga effettivamente acquisita dal gruppo Arcelor Mittal». Insomma, se saltasse l’operazione Taranto, Mittal si terrebbe Magona.

Ma nonostante i problemi che la trattativa sull’acquisizione dello stabilimento pugliese sta incontrando, tra i ricorsi al Tar del Governatore Michele Emiliano, e le conseguenti richieste di garanzie da parte di Mittal per mantenere i suoi impegni (1,8 miliardi per l’acquisto e 2,4 miliardi per investimenti tecnologici e ambientali), sembra prevalere la convinzione di tutti i protagonisti che alla fine l’affare si farà.

Sul fronte antitrust l’annuncio di ieri sulla Magona sembra dunque mettere le cose a posto, visto che viene data per scontata l’uscita di Marcegaglia dalla joint venture formata con Mittal per l’Ilva. Da Cremona, quartier generale di Giovanni Arvedi, arriva la conferma dell’accordo preliminare, ma non vengono rilasciate dichiarazioni in attesa dei necessari passaggi.

I sindacati spiegano che ieri Nannipieri ha annunciato che «per quanto concerne la procedura di informazione e consultazione prevista in questo accordo preliminare al fine di poter spiegare punto per punto tutte le conseguenze oggettive sullo stabilimento e sul piano industriale, si dà inizio a una procedura formale che coinvolgerà le parti firmatarie dell’accordo e i sindacati di sito e non solo, che nei passaggi previsti si concluderà entro il mese di gennaio 2018».

Arvedi dunque è pronto a sbarcare a Piombino, dopo un tentativo meno convinto nel 2012, rapidamente tramontato. Nulla si sa ancora del piano industriale, mentre la cifra che l’industriale cremonese si accingerebbe a pagare per l’acquisizione dello stabilimento piombinese – 50 milioni – viene definita da fonti qualificate decisamente inferiore al reale valore dell’azienda. Se in Magona regna la prudenza, certo è che da anni Mittal aveva bloccato ogni iniziativa a Piombino, mentre l’arrivo di Arvedi apre comunque delle prospettive.

Magona ha 480 dipendenti, di cui oltre un centinaio in solidarietà, con scadenza degli ammortizzatori fissata al 31 marzo, estendibile al 30 settembre. Ecco dunque che il tema occupazionale sarà uno dei primi elementi di confronto con un imprenditore attratto dall’alta qualità della produzione e del servizio Magona nello zincato e nel preverniciato.

Giovanni Arvedi, 80 anni, guida un gruppo con un fatturato intorno ai due miliardi, 2600 dipendenti e una produzione annua di 5 milioni di tonnellate

di laminati piani e tubi saldati d’acciaio. Negli ultimi 10 anni ha investito 1,5 miliardi, con l’acquisizione e il rilancio dell’ex Lucchini di Servola, e la modernizzazione degli impianti nell’acciaieria di Cremona, dove recentemente è entrato in funzione un nuovo forno elettrico.

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