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Crisi Unicoop, i lavoratori: «Presentiamo una lista per il nuovo Cda»

La proposta all’assemblea dell’Usb a Vignale: vanno raccolte 1500 firme entro il prossimo 31 di marzo

PIOMBINO. La vedi sul volto e negli occhi dei dipendenti della sede di Vignale dell’Unicoop la preoccupazione per il futuro. E gli occhi non mentono. Dopo anni in cui la polvere finiva sotto al tappeto e tutto pareva a posto, la crisi della cooperativa ha spiazzato chi aveva sempre pensato di vivere in un’isola felice. Pareva solida e intoccabile, e invece si sgretola come la falesia della costa piombinese.

Mentre a Firenze va in scena l’incontro fra sindacati e Regione, presente il sindaco Massimo Giuliani, nella saletta a mattoni di Vignale in assemblea lunedì 6 ci sono quelli dell’Usb, guidati da Francesco Iacovone.

Una sigla che, considerando l’intera area coperta da Unicoop, è comunque la seconda per numero di iscritti dopo la Cgil. Di lui qualcuno dice che sia un populista ma, alla fine, lo dimostra l’esperienza del Camping Cig nella crisi Aferpi, chi sceglie la linea più “forte” spesso rischia di avere ragione. E, non a caso, al tavolo in qualità di ospiti ci sono anche Massimo Lami e Andrea Marianelli, da poco usciti dalla Fiom: «Noi siamo i metalmeccanici della fabbrica che non c’è più», dicono alla platea. Crisi più crisi, acciaio e Unicoop, fotografia in bianco e nero di un territorio che arranca.

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«Purtroppo doveva esserci anche il direttore Ezio Cristetti – spiega Iacovone – ma due giorni prima mi ha mandato una email disdicendo l’incontro con i suoi dipendenti. Forse li incontrerà reparto per reparto e questo non ci piace. La rottura sindacale però è in atto, perché non sono stati mantenuti gli accordi. E resta forte il rischio che ci siano chiusure di supermercati. Non vi dimenticate che meno negozi ci sono, meno servite qui a Vignale».

Il quadro non è consolante. E anche il recente salvataggio avvenuto con i soldi di Unicoop Firenze e Alleanza 3.0 non fa immaginare scenari piacevoli: «L’impressione è che questo prestito, che potremmo definire “forzoso” sia arrivato per due motivi. Il primo: questa cooperativa è troppo grande perché chiuda, con lei cadrebbe tutto il sistema. Ma al tempo stesso le due cooperative più grandi sembrano aspettare di prendersi quello che c’è. E non va dimenticato che loro le sedi organizzate già le hanno, non ne serve più di una. Qui o salviamo la pelle tutti insieme, dimenticando le divisioni, o rischiamo di restare tutti a piedi».

Da un dipendente, Andrea, arriva anche una proposta concreta. «Sento in azienda – dice – che qualcuno rimpiange la vecchia dirigenza. Una cosa assurda, se siamo arrivati a questi punto la colpa è prima di tutto loro. Ma il problema vero è un altro. Siamo al dodicesimo esercizio con il bilancio in passivo, come mai nessuno, nel Cda, ha mai sollevato la questione? Avrebbero dovuto farlo al secondo o al terzo, non farci sprofondare. Invece nei verbali le delibere sono tutte approvate all’unanimità».

E, fatta la premessa, ecco la proposta: «A marzo 2018 scade l’attuale Cda. Dovrà essere rinnovato entro giugno. Ed è un Cda che è stato eletto con i voti di 3000 pensionati, attirati con il pacco di caffè in regalo, con in mano 1500 deleghe. Se bastano questi, allora noi, con le famiglie, siamo molti di più. Abbiamo i numeri per presentare una seconda lista che possa mettere nel Cda qualcuno che vigili davvero. I passaggi sono abbastanza semplici: entro il 31/12 dobbiamo raccogliere 150 firme per avere, sulla base dello statuto, i criteri di ripartizione dei soci delle varie sezioni. Poi, in base a questi, andremo a raccogliere, entro il 31 marzo 2018, le 1500 firme, autenticate dal notaio, che servono per presentare una seconda lista. E vedrete che i voti li troveremo, anche quelli degli stessi pensionati, che finora hanno scelto senza avere alternative. Questa proposta la presento a voi, ma lo farò anche con gli altri sindacati, e sarebbe bello che fosse condivisa da tutti». Una proposta apprezzata e condivisa da Iacovone.

Intanto altre proteste sono in arrivo, la prima l’11 novembre a Roma. Perché, in sala, i dipendenti vorrebbero uscire dal limbo e capire quale futuro aspettarsi: «È finito l’ideale della cooperazione - dice Mario – e non siamo stati complici di questa situazione, come bambini viziati». E un altro: «Diteci cosa farete per salvare il nostro posto di lavoro, solo questo conta per me».
 

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