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«Via Rebrab, e poi una nuova gara»

Il presidente di Federacciai: inadempienza clamorosa. Jindal è coraggioso, ma un altoforno senza cokeria non può reggere

PIOMBINO. «In siderurgia non ci si improvvisa, il progetto di Aferpi era già poco realistico e in più gestito da un principiante come Issad Rebrab. Ribadisco quanto sostenevo dall’inizio: tutti sapevano dei problemi di Rebrab, a partire da quelli dell’esportazione di capitali dall’Algeria, vietata per legge». È caustico il giudizio di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, sulla fine del progetto algerino per le acciaierie, che ormai pare conclamata.

Presidente Gozzi, il progetto Aferpi è tramontato, che succederà ora?
«Non conosco i termini dell’addendum, ma a me pare che l’inadempienza di Rebrab sia clamorosa. Per questo credo che il Governo dovrebbe andare alla risoluzione del contratto. E fare un’altra gara per verificare l’eventuale interesse di altri soggetti industriali».

In realtà si sa di un interessamento molto marcato di Sajjan Jindal. E il Governo pare interessato a ricercare un accordo tra le parti...
«Dell’interesse di Jindal ho letto sui giornali, ma quella che viene definita “moral suasion” da parte del Governo secondo me non rispetta le regole del gioco. Dico che sarebbe giusto rifare una gara perché sento parlare di una trattativa, di 150 milioni che Rebrab chiederebbe a Jindal per andarsene. Per me è assurdo, se non ha rispettato i patti perché tagliare una somma, quella che sia, dai potenziali investimenti, per darla a lui? Non capisco perché ci si debba preoccupare dei soldi da dare a Rebrab, per lui forse non vale il rischio d’impresa?».

E del progetto di Jindal, che per ora si conosce solo a grandi linee che ne pensa?
«Conosco bene Jindal, è un uomo coraggioso e un vero siderurgico, non finto come Rebrab. Ma non credo alla ripartenza dell’altoforno, che fu chiuso perché non è mai stato in piedi dal punto di vista economico, e nell’ultimo anno di esercizio perse 150 milioni».

Jindal però pensa di ricostruirlo portandolo a una capacità di tre milioni di tonnellate annue, e di produrre anche coils oltre ai prodotti lunghi...
«Ecco, il punto è questo. Se davvero fa sul serio servono grandi investimenti, non solo sull’altoforno, e un nuovo treno per i coils, che dal punto industriale ha un senso. Ma il problema è uno: la città reggerebbe questo scenario? Dico questo perché leggo di un progetto senza cokeria, ma non c’è un altoforno al mondo che

funzioni senza una propria cokeria. Di coke ce n’è sempre meno, le pellets costano care, così come il trasporto».

E allora qual è secondo lei il futuro delle acciaierie piombinesi?
«I laminatoi. La verticalizzazione dei prodotti a me sembra l’unico progetto serio».

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