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Gozzi (Federacciai): "Il piano di Rebrab non stava in piedi"

Il presidente parla chiaro: era evidente che l'Algeria non gli avrebbe fatto esportare i capitali. Ora serve un imprenditore credibile, ma non vedo candidati

PIOMBINO. «Quello che sta accadendo ad Aferpi era prevedibile, perché quel piano industriale non stava in piedi. Da quelle parti sono visto come un nemico e non capisco perché, ma io sono davvero preoccupato per i lavoratori di Piombino, perché la situazione non è semplice».

Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, accetta di rispondere alle domande del Tirreno sul futuro delle acciaierie piombinesi, il giorno dopo l’annuncio da parte del ministro Carlo Calenda della messa in mora di Cevital, seguito all’ultimo infruttuoso incontro col presidente Issad Rebrab.

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«Ma non riuscirà a farmi dir nulla sul Rebrab siderurgico -- avverte -- perché la mia posizione su questo punto è nota, e non voglio fare polemica, oltre al fatto che ribadirla oggi sarebbe come sparare sulla Croce rossa».

Presidente Gozzi, come giudica la decisione del ministro Calenda?

«Beh, ha il merito di aver fatto chiarezza, certificando un’inadempienza fin qui non formalizzata».

Ora si apre una fase nuova a e difficile. Ma varie fonti segnalano anche l’interesse per Aferpi da parte di gruppi stranieri...

«Ho sentito parlare di un interessamento di British Steel. Fanno rotaie come Piombino, possono voler prendere un po’ di mercato. Si tratta di un fondo, e questo mi lascia un po’ perplesso, perché la siderurgia richiede tempi lunghi, mentre i fondi vogliono guadagni rapidi».

Perché nessuna azienda italiana è interessata alla ex Lucchini?

«Le aziende del Nord Italia a suo tempo avevano fatto delle proposte per la verticalizzazione a Piombino dei loro prodotti, ma non sono state accettate. Ora quelle eccedenze non ci sono più, e intanto le aziende hanno fatto i loro investimenti».

Ma qual è la ragione più importante per la quale le acciaierie piombinesi non sono giudicate appetibili?

«Piombino ha i vantaggi della logistica di un impianto costiero, ma è uno stabilimento che storicamente ha sempre lavorato in perdita. Servono grossi investimenti sugli impianti, che hanno prospettive di redditività solo per il treno rotaie, perché quelli per barre e vergella non si ripagano. Il tema del recupero degli investimenti, quando si parla poi di cifre intorno ai 600 milioni, non è un dettaglio».

Perché lei sostiene fin dall’inizio l’evidenza che il piano industriale di Aferpi non poteva reggersi?

«Mah, all’epoca il piano non venne approfondito. Ma in realtà era chiaro che Rebrab non avrebbe potuto fare gli investimenti, semplicemente perché la legge algerina non gli avrebbe consentito di muovere i capitali necessari. Tanto che in Francia per queste ragioni non gli avevano concesso l’impianto Ascometal di Fos Sur Mer».

E ora Piombino cosa si deve augurare?

«Di trovare un imprenditore credibile, e ribadisco il concetto: credibile. Purtroppo però al momento non vedo candidati».

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