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La perizia: il paziente ucciso da un'iniezione di eparina

Morti in corsia al Villamarina. La famiglia di Enzo Peccianti chiede una valutazione di parte sul decesso del congiunto. Le conclusioni sono chiare: il quadro clinico esclude la scoagulazione, c'è stato un intervento esterno

PIOMBINO. «Presa visione della documentazione medica esibita riteniamo, sulla base delle considerazioni medico-legali precedentemente postulate, che il signor Enzo Peccianti, che ha presentato un improvviso, massivo e inarrestabile sanguinamento nasale-orale per incoagulabilità del sangue, causa del decesso, non giustificabili dal quadro clinico e/o da terapie in atto, è compatibile con somministrazione, poco prima delle 17 dell’1/10/2014, di eparina endovena in dosaggio elevato»: queste le conclusioni del professor Remo Orsetti, consulente medico legale, specialista in anestesia, rianimazione e terapia antalgica, che ha redatto una perizia in merito al decesso di Enzo Peccianti, avvenuto al Villamarina il 2 ottobre del 2014.

L’ex operaio della Lucchini, 77 anni, è la quarta vittima, in ordine di tempo, fra quelle oggetto dell’indagine dei Nas, che vede coinvolta, accusata di 14 omicidi, l’infermiera piombinese Fausta Bonino.

Questa non è la perizia degli esperti nominati dal Gip o dalla difesa della donna, è solo una perizia di parte, chiesta dalla famiglia dell’uomo deceduto, però dice con estrema chiarezza che Enzo Peccianti non aveva patologie che potessero portare alla scoagulazione del sangue, né le terapie “ufficiali” e dichiarate possono averla causata.

Quindi deve essere intervenuto qualcosa di esterno, è probabile un’iniezione di eparina.

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La perizia è stata consegnata alla famiglia il 2 febbraio scorso. «D’accordo con il nostro avvocato (Carlo Castaldi, ndr) - spiega Monica Peccianti, figlia di Enzo - abbiamo deciso di far fare questa perizia. E il medico legale parla chiaro: la Cid (coagulazione intravascolare disseminata, ndr) che è indicata nella cartella clinica come causa di morte, non c’entra proprio nulla. Mio padre non aveva la Cid, non c’erano i sintomi caratteristici, ma il sangue si è scoagulato lo stesso. E per morire ci ha messo dalle 17 dell’1 ottobre alle 7 del mattino dopo, una lunga agonia per la quale vogliamo giustizia. Ho letto le dichiarazioni dell’avvocata dell’infermiera: bene che la difesa faccia la sua parte, ma che si dica che non c’era un killer in corsia mi pare troppo. Lo dicono le prove scientifiche. Noi aspettiamo con fiducia il processo».

I tempi.

Enzo Peccianti è ricoverato al Villamarina dal 26 settembre 2014 al 2 ottobre, giorno del decesso. L’accesso è al pronto soccorso alle 21,08, al “triage” (la prima valutazione del paziente, ndr) viene disposto il ricovero, con codice giallo (il più grave è il rosso, giallo è il secondo grado, paziente mediamente critico, ndr).

La sera viene sottoposto a tutti gli esami necessari. Il giorno dopo, alle 9, viene trasferito in medicina generale. Alle 2,30 del 28 il quadro clinico peggiora e avviene un nuovo trasferimento, stavolta in Rianimazione. Nel corso della giornata il quadro clinico resta grave. Lo stesso il 30, con il paziente che viene tenuto sedato.

È il primo ottobre che, dopo un lieve miglioramento, il quadro cambia improvvisamente, intorno alle 17, il diario clinico recita: “comparsa improvvisa di un vistoso sanguinamento nasale-orale con aspirazione di sangue vino dal rino-orofaringe, richiesta consulenza otorolaringoiatrica”.

Iniziano le pratiche per cercare di arrestarla, invano. E si sospetta la Cid. La situazione peggiora, finché l’uomo non muore, il 2 ottobre alle 7,10. Sulla cartella clinica viene scritto “shock settico con Cid da polmonite diffusa”.

La perizia medico-legale.

Scrive il professor Orsetti: «I sanitari della Rianimazione hanno ipotizzato una Cid conseguente a sepsi e hanno applicato il protocollo terapeutico nei confronti di tale patologia, con esito negativo».

E scrive ancora: «Alla luce della documentazione sanitaria è certo che il paziente il 1° ottobre alle 7 aveva parametri di coagulazione nei limiti della norma; alle 17 compare l’improvviso e vistoso sanguinamento; alle 17,28 vengono ripetuti gli esami di laboratorio per la coagulazione che evidenziano drastica riduzione del fibrinogeno (prodotto dal fegato, contribuisce a fermare le emorragie, ndr) ed incoagulabilità del sangue non compatibile con una Cid; dalle 19 è stato sottoposto a emotrasfusioni, ma è continuata la perdita di sangue; alle 21,36 gli esami di laboratorio confermavano l’incoagulabilità del sangue».

E per il 2 ottobre scrive ancora: «Alle 6,55 persisteva vistosa perdita ematica, alle 7 gli esami confermavano deficit grave della coagulazione; alle 7,05 arresto cardiaco; alle 7,10 il decesso».

Le conclusioni.

Quindi il professore rileva che: «Il 29 e il 30 settembre e il mattino del 1/10 i parametri di coagulazione sono nella norma. Il quadro cambia improvvisamente dopo le 17 del primo ottobre. I sanitari del centro di rianimazione di Piombino hanno sospettato una Cid quale causa di incoagulabilità del sangue ma si deve convenire che, nel caso in specie, i parametri clinici e laboratoristici la escludono: non era presente un appropriato quadro clinico (shock, sepsi, viremie, neoplasie, leucemie, emolisi intravascolare ecc...) in soggetto clinicamente migliorato il mattino dell’1/10; il numero delle piastrine è sempre stato maggiore di 130mila; l’At III (antitrombina ad azione anticoagulante, la riduzione è fra i sintomi della Cid, ndr) è sempre stata maggiore del 75%. In assenza di altre possibili cause l’incoagulabilità del sangue può essere stata provocata solo dalla somministrazione di una dose elevata di eparina per via endovenosa».

@guifiorini

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