Quotidiani locali

Gli operai di Aferpi: vogliamo lavorare, non essere mantenuti

Dentro al corteo, le amare parole di chi ha perso la speranza

PIOMBINO.  Le facce sono le solite. Così come le tute blu, i berretti di lana calati sulla fronte, le bandiere colorate a sventolare sotto il cielo blu di una mattina di metà febbraio.

A guardarlo da fuori lo sciopero di giovedì 16 sembrava uguale a tanti altri del passato, più o meno recente. Certo di gente ce n'è pochina. Circa 500, perlopiù operai, che arrivano alla spicciolata nel piazzale della direzione Aferpi; ma non è tanto, o solo, questo a rendere differente la manifestazione del 16 febbraio dalle precedenti.

Non è neppure una diversità arrivata all'improvviso, piuttosto un cambiamento maturato nel tempo. Quel tempo trascorso senza un nulla di fatto, con un lavoro, quando c'è, sempre più incerto.

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Delusione è la parola che segna questo sciopero. In tanti casi, a quella se ne aggiunge un'altra: rassegnazione. A starci dentro a quel corteo, sembra siano in pochi quelli che ancora ci credono, anche se poi un guizzo di fiducia se lo lasciano scappare quasi tutti, altrimenti che senso ha?

«Ormai la gente non dico che sia rassegnata, ma demotivata sì - a parlare è Francesco Garuzzo , 56 anni, operaio Aferpi al reparto Sgm - Nonostante l'impegno dei sindacati locali, i risultati non arrivano perché il governo non sta tracciando una linea dritta e non prende una decisione efficace e risolutiva nei confronti di quel farabutto di Rebrab, che di piani ne ha presentati tanti, spesso modificati in difetto, ma un mattone ancora non l'abbiamo visto. Siamo qui e ci chiediamo se alla fine qualcosa si muoverà, se lo Stato interverrà oppure no. L'unica certezza è che un comprensorio sta morendo. Non sono soltanto le famiglie legate ad Aferpi ed ex Lucchini a rimetterci, ma anche le piccole imprese, il commercio, ogni cosa, e non sappiamo quale futuro ci sarà per i nostri figli. Io ne ho uno che studia all'università e con mia moglie, maestra elementare, se alla fine del mese riusciamo a far avanzare qualche centinaio di euro sul conto corrente, vuol dire che siamo stati bravi. Noi lottiamo per la famosa giustizia sociale. Chiediamo solo di lavorare onestamente; non vogliamo essere mantenuti con gli ammortizzatori sociali; è degradante. E parlo come uno che tra 5 mesi va in pensione, ma mica lo so se me la godrò; ci vado anche perché mi è stato riconosciuto l'amianto, un'incognita per il futuro. Così come il tfr che Nardi si lasciò sfuggire in una dichiarazione e che dovrebbe arrivarci ad aprile e che speriamo non sia un contentino».

«Fino al 31 marzo lavoro, poi non lo so - Francesco Solimine di anni ne ha 57 e lavora al Gsi di Aferpi - Fortunatamente ho una figlia che lavora e almeno questa preoccupazione non ce l'ho. Comunque la gente ormai non ci crede più, si vede da quanti siamo a questo sciopero. In ogni caso la speranza di un miglioramento c'è sempre, anche perché il fondo l'abbiamo già toccato».

In mezzo al corteo spunta, appeso a un bastone, il fantoccio della Morte, con tanto di falce e un cartello attorno al collo con la scritta: «Il governo sta condannando un territorio». A reggere il bastone c'è Massimo Lolini , 42 anni, operaio Aferpi al Tve: «Crederci è una parola grossa, ma voglio farlo. Hanno spento l'altoforno senza una reale programmazione per il futuro e adesso la paghiamo».

«L'obiettivo è far diventare il caso Piombino vertenza nazionale e trattarla come tale - sostiene Sabrina Nigro , lavoratrice dell'indotto e sindacalista provinciale Ugl - Rebrab è un imprenditore, non un parente né tantomeno un amico».

Più in là, un gruppetto di pensionati con le bandiere rosse Spi: Paolo Maiolini, Mauro Bezzini, Giampiero Fontanelli e Giampiero Balestracci .

«Siamo qui per solidarietà e perché in quella fabbrica c'abbiamo lavorato una vita - dice Maiolini - Purtroppo la gente a manifestare è poca, non so se per rassegnazione, ma a questo punto dovrebbero esserci tutti in piazza». «Rebrab va messo in un angolo e costretto a prendersi le proprie responsabilità - replica Bezzini - Ha firmato un contratto e illuso una città».

In mezzo alla delusione c'è però anche un sorriso. È quello di Abdulla Shareef , arrivato in Italia dalle Maldive per amore nel 2004, e operaio in fabbrica dall'anno successivo: «Lavoro poco - afferma il 42enne, al momento nel reparto Cse - A volte un mese intero, a volte neppure un giorno. Ho due bimbi, la femmina di 12 anni, il maschietto di 7. Sì, io ci credo ancora. Su Rebrab che dire? Finora ha soltanto parlato, aspettiamo che adesso faccia qualcosa; però che senso ha cedere al pessimismo? Bisogna sempre guardare al futuro».

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