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A Vellano la fattoria dei migranti con orti e allevamento di pecore

Sono una trentina i giovani africani ospiti al Bistrot da due anni. La cooperativa Arké ha pensato di allestire un corso di agricoltura in modo che possano apprendere un vero mestiere

PESCIA. Vengono dal Mali, dalla Nigeria, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal e dalla Nuova Guinea. Hanno un’età compresa tra i 18 e i 24 anni e da due anni sono nel centro di accoglienza, ospitato al Bistrot di Vellano di Serena Beccari. Non è stato facile per nessuno di loro adattarsi alla nuova situazione: la vita in comune, lontani da casa, in un paese molto (troppo) diverso da quello di provenienza, spesso oggetto di malumori da parte degli “accoglienti”, molti di nome, ma non di fatto. Questa la storia dei profughi di Vellano, una trentina, che somiglia a quella di molti di coloro che arrivano nel nostro Paese dal mare, tra miserie materiali e culturali, polemiche e un lungo percorso di adattamento. Ma alla fine ce la fanno, grazie al loro personale impegno e all’impegno di coloro che l’accoglienza la fanno, ogni giorno, per vocazione e per professione.

Come Arkè, ad esempio, la coopertativa pistoiese che li segue. «I pregiudizi spesso non sono solo sui migranti – ci ha spiegato Serena Beccari, titolare della struttura dove i ragazzi sono ospitati – ma anche sui gestori delle strutture ricettive o sulle cooperative che li seguono. Noi abbiamo cercato di fare del nostro meglio in questi due anni perché alla politica dell’accoglienza ci crediamo e abbiamo cercato di seguire e valorizzare il modello toscano». Non solo i ragazzi hanno seguito il corso di italiano per imparare la nostra lingua, presso i locali del circolo Arci, ma hanno prestato diverse attività di volontariato volte a favorire la loro effettiva integrazione. «A questo scopo abbiamo attivato collaborazioni con varie associazioni paesane, come l’Arci, ma non solo – ci ha spiegato Andrea Bianucci, operatore di Arké – anche con l’Arci di Pietrabuona o la Caritas di Pescia».

Presto partirà, forse già da novembre, un nuovo progetto. Si tratta di un mix tra un orto e una fattoria didattica. Grazie ad alcuni terreni incolti, messi a disposizione dai proprietari, i ragazzi avranno l’opportunità di impiegare le proprie competenze nel settore dell’agricoltura. «Provenendo per la maggior parte dall’Africa subsahariana – spiega Bianucci – i ragazzi hanno avuto modo di fare quasi tutti esperienza nel settore agricolo. Adesso cercheremo di far seguire loro un corso tenuto da un esperto perché tali competenze pratiche possano tradursi in attestazioni formalizzate, da potere spendere un giorno nel mondo del lavoro».

Perché il percorso di accoglienza è, a differenza, di quanto si pensi, a scadenza: «I ragazzi possono usufruire dell’ospitalità presso un centro di accoglienza per un tempo limitato. Dopodiché è bene che imparino a muoversi in autonomia e l’obiettivo di questa formazione-lavoro

vuole essere proprio a questo». Oltre all’orto, i migranti si occuperanno dell’accudimento delle pecore e impareranno a realizzare prodotti caseari anche in relazione al recupero di saperi antichi e tradizionali di cui il territorio ospitante è ricco.


 

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