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il processo 

Bruciò le auto alle due zie. La procura chiede dieci anni

Le donne provarono ad aiutarlo, ma lui le respingeva, tra minacce e violenza.
Niente attenuanti generiche per la pm Moramarco, non ha mai ammesso nulla

MASSA

Le zie lo aiutavano, volevano tirarlo fuori dal suo incubo di droga e distruzione, ma lui le aggredì e alla fine bruciò le loro auto. La vicenda finì in tribunale e ora la pm Roberta Moramarco chiede una condanna pesante: 10 anni di reclusione. Senza attenuanti generiche.

L’uomo, Marco Ramaglini, fu arrestato dopo una scaltra latitanza. Dopo l’incendio a casa delle due donne a Fosdinovo, aveva fatto perdere le sue tracce. Non prima di avere inseguito e speronato una delle due zie in auto con la figlia, terrorizzandole. Poi il nulla.

Fu ritrovato dopo una fuga di due settimane, passata senza usare il cellulare, cambiando spesso auto e persino taglio e colore di capelli. Ma i carabinieri lo acciuffarono e partì il processo che si concluderà dopodomani in aula a Massa.

Ma la richiesta di ieri ha fatto sobbalzare sulla sedia i due avvocati della difesa Catia Piras e Iodice. Che nelle due arringhe difensive hanno parlato di una situazione che non va avanti da sei anni, come invece sostiene la procura, ma di una condotta del loro cliente che avrebbe modificato le abitudini delle due donne, come prevede la legge sullo stalking, soltanto dopo il rogo. Cioè l’ultimo episodio, anche se molti altri risalenti nel tempo sono emersi durante il processo.

All’uomo viene contestata infatti la violenza privata, le lesioni e il tentato furto. Dopo la morte della madre infatti avrebbe cominciato a usare l’eredità facendo uso di droghe, lasciandosi andare quasi fino all’autodistruzione. Le zie però cercarono di aiutare il nipote, in un’occasione presentandosi a casa con dei medici, dopo che lui non dava notizie di sé da giorni, trovandolo sul letto dove si era abbandonato da giorni in uno stato di quasi incoscienza.

In un’altra occasione invece l’uomo, in macchina con una delle zie e il marito, la colpì con uno schiaffo minacciandola di morte mentre andavano a fare la spesa insieme. E la signora, durante il processo, ha raccontato anche di aver subito minacce rivolte al figlio, il cugino di Ramaglini. La donna racconta che gli disse: «Attenta che gli succede qualcosa, può capitare in un vicolo buio». E ancora, quando lei andò a portargli in casa dei vestiti stirati, lui l’avrebbe cacciata di casa in malo modo colpendola alla testa. Ma le zie, per amore dell’uomo, continuarono a provare a riabilitarlo. Fino all’episodio dell’incendio e del successivo speronamento.

«Le zie si recavano spesso al Sert - ha detto in aula l’avvocato Piras - come però racconta il dottore lui non poteva riferire di rapporti con il paziente. C’era un rapporto al limite dell’ingerenza, lui non aveva mai chiesto il loro aiuto».

Ragaglini però non si è mai scusato né ha mai ammesso i suoi comportamenti persecutori nei confronti delle due parenti. E, anche in ragione di questo, la pm ha ritenuto di non concedere le attenuanti generiche.

C’è poi il video registrato la notte del rogo in una stazione di servizio, che lo riprende mentre riempie

di benzina una tanica da 20 litri. La stessa poi ritrovata sul luogo del rogo. Anche se la difesa sostiene che per via di un infortunio alla mano lui non fosse in grado di trasportarla quella sera. Giovedì sarà la giudice Alice Serra a stabilire come sono andati i fatti. —

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