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«Ci ha picchiate», sorelle accusano papà

Massa-Carrara, prima ha rivelato i maltrattamenti la più grande per difendersi dalle accuse di bullismo a scuola. Adesso la più piccola

MASSA-CARRARA. La storia di maltrattamenti è stata scoperta per caso. A scuola. A rivelarla una ragazzina di dodici anni dopo essere stata redarguita dalla professoressa e dalla preside perché si era macchiata di atti di bullismo contro alcune compagne. Per questo motivo oltre all’inevitabile punizione era stato deciso di farla seguire da uno psicologo, che alla terza seduta si è sentito fare questa affermazione dalla piccola paziente: «Io faccio la bulla perché papà mi picchia». Il professionista ha avvertito la dirigente scolastica, quest’ultima i servizi sociali ed infine le forze dell’ordine. Risultato? Il padre è finito nel registro degli indagati (difeso dagli avvocati Riccardo Balatri e Massimiliano Fialdini). Titolare dell’inchiesta - arrivata in tribunale dopo il rinvio a giudizio dell’uomo - è il sostituto procuratore Alessandra Conforti.

L’adolescente allo psicologo ha detto di invidiare le sue coetanee per la loro vita perfetta. E poi si è sfogata elencando una lunga serie di maltrattamenti che aveva subito, senza che la madre, separata dal padre della ragazzina, ne sapesse nulla. Anche la donna si è schierata con la figlia, costituendosi parte civile. Anche se non esistono referti medici né denunce che provino le botte. E il padre finito alla sbarra è conosciuto come una persona affidabile, tanto che la difesa sostiene con forza che quegli episodi di violenza se li sia inventati la teenager di sana pianta.

Ma durante l’ultima udienza a porte chiuse, mentre venivano sentiti alcuni testimoni, è saltato fuori un nuovo elemento. Che rende questa vicenda ancora più drammatica: anche la sorellina minore della ragazza che punta il dito contro il padre avrebbe subito dei maltrattamenti. E così il giudice Valentina Prudente ha dovuto fermare tutto e dare l’incarico a un perito per capire se la piccina può andare in aula a dire se le cose sono andate esattamente come dicono le sue congiunte. Lo psichiatra infantile si è preso sessanta giorni di tempo per dare una risposta. E da lunedì comincerà a conoscere quella che è poco più che una bimba. Il processo riprenderà in autunno.

La storia è controversa, vuoi perché c’è di mezzo una separazione e vuoi perché è venuta fuori perché l’adolescente doveva giustificare i suoi atti di bullismo nei confronti delle compagne. Durante l’incidente probatorio davanti al gip Ermanno De Mattia l’adolescente non si è contraddetta. Anzi è stata precisa. Da una parte c’era lei, dall’altra il giudice che le sottoponeva le domande di accusa e difesa con l’aiuto di una psicologa. La vittima è apparsa sicura di quello che diceva: non è mai andata all’ospedale ma ha spiegato di aver avuto per parecchi giorni un livido sulla schiena per un pugno, che il papà le aveva sferrato per un brutto voto in matematica, e un piccolo segno sotto il mento per uno schiaffo che aveva preso dopo che aveva versato inavvertitamente una lattina di Coca Cola sul letto appena fatto. A questo si aggiunge un messaggio vocale inviato via Whatsapp al cellulare dell’uomo che lei definisce un aguzzino. In una quindicina di secondi si sente una risata della giovane a mo’ di scherno e una frase che più o meno suona come non ho paura di te. Su questo punto, che

il gip le ha contestato, lei è stata perentoria: uno sbaglio, quel messaggio vocale era destinato a un amico, soltanto che nello scorrere la rubrica aveva confuso il destinatario. Ora toccherà alla sorellina dire se anche lei è stata presa a botte dal padre.

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