Quotidiani locali

Querela ritirata, si chiude il caso pinza nell’addome

Risarcimento di 30mila euro per danni psicologici alla famiglia del fotografo di Massa Stefano Miniati. Sotto processo c’erano 9 tra medici e infermieri che lo avevano operato a Carrara

MASSA. Nessun colpevole, nessun responsabile per il caso della pinza chirurgica dimenticata nella pancia del paziente. In tribunale a Massa si è chiuso il procedimento a carico dei 12 fra medici, infermieri e ferristi accusati di lesioni colpose ai danni di Stefano Miniati, fotografo massese. Si è chiuso per remissione di querela: le parti civili – cioè la madre di Miniati Carla Meli, e le sorelle Isabella e Orietta – hanno deciso (tramite i loro avvocati) di ritirare le accuse e per questo il giudice ha chiuso il procedimento con la formula del “non doversi procedere per remissione della querela di parte”.

Stefano Miniati morì a 57 anni , il 21 giugno del 2016 all’ospedale di Pisa. Per due mesi, da fine ottobre a inizio dicembre del 2014, aveva vissuto con una pinza di Kocer, lunga diciotto centimetri nell’addome. Era rimasta nella sua pancia a seguito di un intervento chirurgico eseguito nell’ospedale di Carrara. La pinza gli fu poi tolta, ma il calvario del fotografo massese continuò. Le sue condizioni di salute non tornarono mai ottimali. Cominciò per lui un andirivieni per reparti, e altre due operazioni fino alla morte, all’ospedale di Cisanello. Miniati aveva ingaggiato una battaglia legale per avere giustizia, da cui scaturì il processo per lesioni colpose che si è concluso.

Il procedimento era stato avviato in tribunale a Massa, davanti al giudice Fabrizio Garofalo che nel frattempo è stato trasferito. Imputati erano i medici Mirco Lombardi, Massimo D'Elia, Maurizio Durno; gli infermieri e ferristi, Donatella Giannotti, Barbara Tonelli, Francesca Ambrogi, Glenda Agostini, Serena Fruzzetti e Giovanni Cassara. Tutti escono “puliti” da questa vicenda in virtù della remissione di querela da parte dei famigliari di Miniati che avevano continuato l’azione legale dopo il decesso del loro congiunto. Resta da definire il risarcimento spettante agli eredi. Per ora il tribunale ha disposto che alle parti civili venga riconosciuto un risarcimento di 30mila euro per danni psicologici. Altre somme potrebbero essere stabilite dal giudice civile, ma non è ancora chiaro. Ma la vicenda giudiziaria non è finita. I parenti di Stefano Miniati hanno intentato una causa per omicidio colposo nei confronti dei sanitari di Pisa che curarono il congiunto nei giorni precedenti al suo decesso. Un procedimento di cui ancora non si hanno notizie. Di sicuro c’è soltanto che il tribunale di Carrara ha stabilito che non vi fu nesso causale tra le lesioni provocate dalla pinza e la successiva morte del paziente.

«Credo che questa vicenda debba fare riflettere, certe cose non dovrebbero succedere, la salute è un diritto e quanto è successo a mio fratello non è accettabile». Isabella Miniati, psicoterapeuta, una delle sorelle di Stefano Miniati, commenta con amarezza e rassegnazione l’esito della vicenda giudiziaria legata al caso, clamoroso e sconcertante, della pinza chirurgica dimenticata nell’addome del suo congiunto. «Quello che è successo quel giorno in quella sala operatoria dell’ospedale di Carrara – dice ancora – è una cosa intollerabile. Lo dico non solo in ricordo di mio fratello che per quell’episodio ha sofferto tantissimo e forse ne è morto, anche se le cause del decesso sono ancora da chiarire. Ma lo dico

anche per tutti coloro che si rivolgono alle strutture sanitarie. Ora si è chiuso un capitolo, resta aperto quello per stabilire le cause del decesso. Resta il fatto che mio fratello uscì dalla sala operatoria con uno strumento chirurgico nella pancia. E questo, ripeto, non è ammissibile».

I COMMENTI DEI LETTORI

TrovaRistorante

a Massa Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PUBBLICARE UN LIBRO

Sconti sulla stampa e opportunità per gli scrittori