Quotidiani locali

‘Ndrangheta all’assalto di hotel, ristoranti e bagni

Dopo il vertice in prefettura gli inquirenti cercano segnali di infiltrazioni Tanti episodi in passato ma la presenza della mafia non è mai stata accertata

MASSA CARRARA. La vicinanza con altre realtà dove la criminalità organizzata si è già palesata e la crisi economica che spinge gli imprenditori locali a cedere le proprie attività offrendo un’occasione di riciclare il denaro acquisito in maniera poco lecita spinge i boss ai piedi delle Apuane? È questo il tema principale dibattuto la settimana scorsa in prefettura durante il vertice antimafia che ha visto la partecipazione del procuratore capo di Genova Francesco Cozzi e del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia che si occupa della provincia apuana Federico Manotti. E il nemico invisibile in questo momento si chiama ndrangheta, forte a Sarzana e a Reggio Emilia ma cellula dormiente a Massa Carrara. Per questo gli inquirenti hanno deciso di tenere gli occhi aperti e di vagliare tutti i movimenti che ruotano soprattutto attorno al settore del turismo: alberghi, ristoranti, stabilimenti balneari. Non solo per quanto riguarda le cessioni di aziende o di rami di azienda, ma anche per possibili minacce subite dai titolari. Insomma il sospetto che la malavita si stia radicanto anche in terra apuana è forte. Anche se per fortuna si parla ancora di prevenzione.

Come ha detto Cozzi uscendo dal vertice: «È stato il prefetto Enrico Ricci a chiedere l’incontro, anche se non ci sono allarmi particolari è stata l’occasione per fare un punto della situazione tra la distrettuale, la Dia e i vertici delle forze dell’ordine locali. Non abbiamo parlato soltanto di cave, anche se capisco che è questo il settore nevralgico dell’economia di questo territorio ma abbiamo anche puntato la nostra attenzione sulle aziende che operano nel turismo. Come insegna la Versilia la mafia trova terreno fertile per i suoi investimenti. Ma ripeto casi particolari ed eclatanti non ce ne sono. È stato più un guardarsi negli occhi per capire dove guardare con più attenzione. E per dire che la Direzione distrettuale antimafia non si dimentica delle periferie, come fanno intuire le indagini che hanno svolto i sostituti in questi anni».

La riunione è stata seguita con interesse dalle forze dell’ordine locali. Al tavolo oltre alla Dda e alla Dia (di Firenze) c’erano il questore Giuseppe Ferrari, il comandante provinciale della guardia di finanza Giovanni Fiumara e il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri Tiziano Marchi. Visto che sono loro i primi a trovarsi ad avere che fare con questo fenomeno. Le infiltrazioni di Reggio Emilia e Sarzana sono state avvertite come un campanello di allarme che deve essere ascoltato prendendo le giuste contromisure. Perché i segnali ci sono: come dice lo studio della Normale di Pisa che ha analizzato la Toscana dal punto di vista della criminalità organizzata. Il responso è che c’è ma si fa vedere poco. Ovvero è doppiamente pericolosa perché fa affari e strozza le economie locali. Ma si era capito che l’area apuana piaceva ai boss, soprattutto perché hanno trovato terreno fertile per impiantare basi logistiche e mettere in atto i loro piani. Due anni fa è stato condannato a dodici anni di reclusione Giuseppe Talotta, luogotenente del clan di Sinopoli degli Alvaro, arrestato nel corso dell’operazione della Dda di Genova del luglio 2014 che aveva scoperto un traffico di cocaina dal Perù per conto della ’ndrangheta che arrivava nello scalo del Vte con la complicità di portuali compiacenti. Talotta si era costituito nella casa circondariale di Massa ad aprile del 2015, dopo diversi giorni di latitanza che secondo gli inquirenti ha passato nella provincia apuana. Dove aveva un nascondiglio sicuro e soprattutto contatti fidati. Anche perché era il luogotenente del clan degli Alvaro: grazie alle sue conoscenze

in Sudamerica era quello che curava personalmente i carichi di cocaina, camuffandoli in mezzo ad altra merce (asparagi) che arrivava in Italia sulle portacontainer. Un vero boss, insomma, che in Lunigiana aveva una sorta di tana che qualcuno a lui vicino gli metteva a disposizione.

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