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Ecco gli operai solidali: "Guadagnare meno, guadagnare tutti"

Aumenta la produzione a Skf: i lavoratori “sicuri” accettano più turni, ma chiedono di estendere premi e diritti agli interinali

MASSA. Le buone notizie sono due. La prima è che - in piena crisi - c’è uno stabilimento, quello della Skf, che vede aumentare la produzione, la seconda è che i lavoratori di quello stabilimento decidono che se c’è da rimboccarsi le maniche e fare sacrifici per garantire più turni, beh i vantaggi che ne derivano vanno divisi equamente. Tra tutti. Non soltanto tra chi nel cassetto ha un contratto “blindato”: rapporto di dipendenza diretta e tempo indeterminato. Ma anche tra chi quel tempo indeterminato lo considera l’obiettivo da raggiungere e vive di lavoro interinale e rinnovi periodici.

I sindacalisti la chiamano contrattazione inclusiva, i lavoratori “sicuri” che hanno ceduto qualcosa del loro per assicurare una fetta anche agli altri, la definiscono, invece, «una cosa normale, una forma di rispetto. Un comportamento naturale». Dimensione collettiva del lavoro di cui la Cgil, che quella contrattazione l’ha portata avanti, è «orgogliosissima».

Tutto comincia - a ripercorrere la vicenda è Paolo Gozzani, segretario provinciale Cgil - quando la Skf, multinazionale leader nella produzione di cuscinetti, chiude uno stabilimento in Messico e sposta la produzione in quel di Massa. C’è più lavoro e - conseguenza immediata - servono più turni settimanali. «Il contratto - spiega Gozzani - ne prevede 15, ma l’azienda ha chiesto di farne di più». Ne servono almeno 18, in alcuni casi 20. Significa ciclo continuo, operai sempre al lavoro fatta eccezione per la domenica pomeriggio. Si apre la contrattazione e in quella fase si evidenzia che ci sono belle differenze tra i lavoratori che ogni mattina varcano le soglie dell’azienda. Perché 140 sono lavoratori diretti il cui datore è la stessa Skf ; 60, invece, sono lavoratori in somministrazione: il loro primo referente è l’agenzia interinale. Sono lavoratori “più deboli”, per loro dire “no” è più difficile. Quando si apre la contrattazione in ballo ci sono i riconoscimenti economici, i bonus e i premi di presenza per i turni disagiati. Soldi, insomma. E quando lavori di sabato e domenica quel riconoscimento economico diventa ancora più importante.

Nicola Del Vecchio è il responsabile di Nidil Cgil, la categoria che rappresenta lavoratori in somministrazione, collaboratori, partite Iva. È lui a spiegare che «i lavoratori diretti Skf avrebbero potuto puntare a distribuire le premialità solo tra loro. Invece non è stato così». Invece hanno preferito che le risorse si distribuissero non soltanto tra i 140 dipendenti Skf, ma anche tra 60 lavoratori interinali.

«Quando si è trattato di monetizzare - Del Vecchio prosegue la sua analisi - le premialità sono state distribuite a tutti (pur con le diverse posizioni contrattuali di ciascuno ndr). Non solo: la contrattazione sull’aumento dei turni ha puntato al riconoscimento della necessità di stabilizzare».

Di trasformare il lavoro interinale nell’agognato posto fisso. Così 10 persone in più, in Skf, possono contare su un contratto a tempo indeterminato. Dieci persone stabilizzate. E il percorso non è ancora concluso. Riccardo Ribolini è uno dei lavoratori che alla contrattazione inclusiva ci ha creduto. Iscritto della Cgil, delegato Rsu, 46 anni, una famiglia, lui un contratto a tempo indeterminato lo aveva. Ma ha preferito percorrere la via dell’estensione dei diritti: «Non è stato facile - ammette - portare avanti la contrattazione inclusiva. È stato impegnativo, ma ci è parso, mi è parso, normale. Penso sia normale che ad un impegno uguale corrisponda un equivalente riconoscimento. È una cosa giusta».

«Cosa giusta

e - aggiungono Paolo Gozzani e Nicola Del Vecchio - un primo passo verso una rappresentanza sindacale dei lavoratori interinali all’interno dell’azienda. Rappresentanza collettiva che si costruisce sul posto di lavoro e non solo attraverso la richiesta di forme di tutela individuale».

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