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La ’Ndrangheta si nasconde in provincia di Massa-Carrara

Sono soprattutto i boss calabresi a utilizzare il territorio apuano come base logistica dei loro crimini. Ecco in quali casi

MASSA-CARRARA. Esiste la mafia ai piedi delle Apuane? La risposta è sì. E a sottolineare l’affermazione è anche uno studio della Normale di Pisa che ha analizzato la Toscana dal punto di vista della criminalità organizzata. Il responso è che c’è ma si fa vedere poco. Ovvero è doppiamente pericolosa perché fa affari e strozza le economie locali. I docenti che hanno curato lo studio hanno anche stilato una sorta di classifica delle province più colpite dal fenomeno: Firenze è al primo posto, seguita da Lucca, Massa-Carrara, Livorno e Arezzo. Un dato che fa paura al nostro territorio.

Del resto lo si era capito che l’area apuana piaceva ai boss, soprattutto perché qui hanno trovato terreno fertile per impiantare basi logistiche e mettere in atto i loro piani. Un anno fa, per esempio è stato condannato a dodici mesi di reclusione Giuseppe Talotta, luogotenente del clan di Sinopoli degli Alvaro, arrestato nel corso dell’operazione della Dda di Genova del luglio 2014 che aveva scoperto un traffico di cocaina dal Perù per conto della ’ndrangheta che arrivava nello scalo del Vte con la complicità di portuali compiacenti.

Talotta si era costituito nella casa circondariale di Massa ad aprile del 2015, dopo diversi giorni di latitanza che secondo gli inquirenti ha passato nella provincia apuana. Dove aveva un nascondiglio sicuro e soprattutto contatti fidati. Anche perché era il luogotenente del clan degli Alvaro: grazie alle sue conoscenze in Sudamerica era quello che curava personalmente i carichi di cocaina, camuffandoli in mezzo ad altra merce (asparagi) che arrivava in Italia sulle portacontainer.

Un vero boss, insomma, che probabilmente in Lunigiana aveva una sorta di tana che qualcuno a lui vicino gli metteva a disposizione. La Dda di Genova - pm Federico Manotti e Federico Panichi - aveva seguito i suoi continui spostamenti in Versilia, dove si incontrava con Giuseppe Alvaro, un inafferrabile che grazie ai filmati dei loro vertici toscani è finito in manette.

L’ultimo caso etichettato come mafioso invece è ancora in corso, nel senso che a Genova l’udienza preliminare si concluderà a febbraio. Il pubblico ministero è sempre Manotti (l’antimafia di Genova è competente per giurisdizione su Massa). Tra due mesi si deciderà se mandare a processo oppure no Bartolomeo Monachella, 42 anni, originario di Gela. L’uomo, a piede libero, è accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Secondo gli inquirenti, Monachella ha chiesto e ottenuto in quasi un anno undicimila euro dal suo datore di lavoro, imprenditore titolare di una ditta con sede legale nel nisseno ma impegnata in un subappalto al Nuovo Pignone, dietro minaccia di ritorsioni da parte della Stidda, l’associazione mafiosa conosciuta soprattutto nell’entroterra siciliano. Era stato proprio l’imprenditore ad assumerlo: Monachella, secondo quanto ha raccontato

la vittima agli inquirenti, non faceva assolutamente nulla. E quando il datore di lavoro si era lamentato minacciando di licenziarlo erano scattate le ritorsioni. Oltre ai mezzi dati alle fiamme anche degli spari contro l’abitazione dell’imprenditore a Gela.

 

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