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Massa

«Io, profugo qui gioco a calcio ma sogno una fattoria in Senegal»

La storia di Libasse che ha lasciato Dakar e si è imbarcato dalla Libia su un gommone sfuggendo alla repressione 

MASSA. Ha lasciato Dakar per fuggire dal Senegal, ha attraversato il deserto del Sahara e poi il mar Mediterraneo su un barcone, ed oggi vive a Massa, in un appartamento gestito da un centro di accoglienza, sognando di tornare a casa e di aprire una fattoria.

Si chiama Mame Libasse, ha 20 anni e da due si trova in Italia; è un fuoriclasse del pallone, gioca nel Firenze ovest, che lo attende per la preparazione atletica a fine agosto; studia le lingue, sa cucinare e a settembre frequenterà la prima superiore. «Sono abbastanza felice- ci dice, venendoci a trovare alla redazione del Tirreno- anche se penso molto alla mia famiglia; mia madre l’ho lasciata in Senegal, senza dirle che mi imbarcavo per l’Italia. Le ho proprio disubbidito».

La storia di Libasse non è comune: una famiglia tradizionale, tre sorelle e due fratelli molto uniti; papà elettrauto, mamma casalinga in un piccolo villaggio del Senegal, Camberene, dove tutti si conoscono e sono molto religiosi. Niente si muove senza l’approvazione del capo religioso. A Camberene non si fuma, non si beve alcol e si perdona tutto: «Non mandi uno alla Polizia- dice con grande sincerità Libasse- perché un domani potrebbe capitare a te di essere il cattivo». Camberene era anche il nome della piccola squadra di calcio dove Libasse ha giocato, fin da piccolo, vestendo sgargianti colori, verde e giallo. Stava proprio giocando a pallone, la mattina in cui un uomo, di quelli potenti a Dakar, gli chiese di unirsi a lui, per questioni politiche. Una specie di aspirante sindaco italiano, ci spiega Libasse, che aveva bisogno di una scorta, una squadra di sicurezza. Libasse aveva da poco compiuto 18 anni e finì così in cattive acque. Gli antagonisti politici iniziarono una feroce battaglia, non soltanto verbale e ci furono scontri tra le diverse fazioni, che portarono a gravi disordini, risse, minacce di morte, pestaggi. Qualcuno si fece molto male. Libasse fu costretto a scappare, perché in tutta Dakar non era più al sicuro. Attraversò il deserto su una gip, con altri compagni, arrivò in Gambia. «Il deserto mi faceva paura- racconta- 44 gradi di giorno, meno 15 la notte. Non volevo morire nel Sahara. In Libia quelli come me li ammazzano, e decisi di imbarcarmi, per l’Italia».

Il 4 marzo del 2015 Libasse partì verso la penisola italiana: il biglietto glielo comprò quello che lui chiama un suo omonimo, un protettore amico del padre- «Mentre attendevamo il barcone i libici ci hanno fatto aspettare in una grande stanza e ci hanno preso tutto, soldi, scarpe, orologi, cellulari. Chi aveva una borsa, con i propri effetti personali l’ha vista sparire. Ci hanno dato un succo di frutta e un pacchetto di biscotti e ci siamo imbarcati»

Libasse racconta di due notti infernali, tutti attaccati, seduti stretti, con i respiri affannosi del vicino, le preghiere, le lacrime, la paura: «Eravamo 86 ragazzi- dice Libasse- alcuni minorenni; uno è morto annegato quando una nave mercantile ucraina ci ha messi in salvo e portati fino al porto di Tripoli. Mi hanno detto che sono stato fortunato, che per molti ragazzi come me questi viaggi sono fatali, anche se si rimane in vita». Libasse è arrivato a Massa il 21 marzo del 2015 e di lui, come di altri sette giovani profughi, si occupa la cooperativa Odissea. Non è un rifugiato politico, è in Italia per motivi umanitari; tre volte alla settimana si allena a Firenze; non pensa a divertirsi, dice, ha troppi pensieri pesanti. Non ha una ragazza: nel suo villaggio ha lasciato Mame Sai, parrucchiera dalle lunghe trecce nere. Guadagna qualche soldo con le partite
di calcio e lo conserva per tornare in Senegal: «Vorrei tornare da mamma, aprire una fattoria, allevare le mucche, produrre latte. Non lo fa nessuno nel mio villaggio. Vorrei dare lavoro a tanti amici e aiutare». Poi ci saluta: «Arrivano due nuovi compagni, devo cucinare pollo e riso».

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