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la storia

Alluvione a Carrara, il soccoritore della foto simbolo:
"Non chiamatemi eroe"

Massimo Rio è colui che ha salvato uno dei cinque senegalesi rimasti isolati: "Ma che c'entra il colore. Siamo tutti persone e ho fatto solo il mio dovere"

CARRARA. Massimo Rio raccoglie tutte le energie, piega lievemente le gambe, fa forza sulle ginocchia: le sente premere contro gli stivali. Poi lo solleva e lui, un uomo grande grande, si abbarbica a quel ragazzo dal giacchetto fluorescente, come un koala al suo eucalipto, come un bambino al papà quando ha tanta voglia di dormire. Insieme, pesanti, camminano lentamente lungo via Pucciarelli, nel cuore di una Carrara ferita, in una strada diventata fiume.

Lui, l’uomo dalla giacca che si vede anche nel buio e nella pioggia, è Massimo: viso serio, carnagione chiara e la ritrosia dei Lunigianesi. Il ragazzone scalzo che si porta sulle spalle, la pelle nera di chi ha il sangue africano nelle vene, è uno dei cinque immigrati senegalesi salvati dalla pubblica assistenza di Fosdinovo. Vivono in una casa vicina al fiume, tanto vicina che il Carrione “imbizzarrito” sfonda l’argine e arriva anche lì, li caccia dal letto, dalle stanze, dal caldo. Li costringe sul tetto per ore. Immobili, scalzi, smarriti. Con la paura che uno di loro non ci sia più: non lo vedono e temono che la corrente se lo sia portato via.

Poi quella luce, quelle strisce catarifrangenti che, nel monocromo della pioggia, ti dicono che la salvezza è vicina: arrivano gli uomini della pubblica assistenza, arriva Massimo Rio. E arriva Claudio Cuffaro, il nostro Claudio, il fotografo del Tirreno. E scatta : una foto che fa il giro del web, che vedono persino in Autralia, che commuove. Un ragazzo italiano che salva un ragazzo senegalese. Un uomo spaventato e un uomo che gli fa coraggio.

La solidarietà oltre le distinzioni, oltre il colore: “Colore? Io davvero non ho neanche pensato al fatto che l’uomo sulle mie spalle avesse una carnagione diversa da me. Io sono così – tenta la sintesi - una persona è una persona”. E lo dice con la sensazione di pronunciare un’ovvietà: “Ho visto quella foto meravigliosa sul sito del Tirreno, grazie a chi me l’ha scattata, ma vi prego non fate di me un eroe. Non lo sono , faccio solo il mio dovere e vi assicuro che lo faccio con il cuore. Non pretendo nulla, meno che mai la popolarità”. Soltanto vita, niente di più: “ Dopo anni da volontario, da gennaio sono stato assunto dalla pubblica assistenza, mercoledì mattina avrei dovuto garantire il servizio cave con un collega, ma l’alluvione ha deciso per noi. Siamo andati a Carrara e la centrale operativa ci ha chiesto di intervenire vicino a via Argine Destro, cinque persone erano rimaste isolate”.

Anche la protezione civile è sul posto, aiuta i ragazzi a scendere, uno ad uno, dal tetto e a salire sul gommone. Li accompagna fino alla strada, fino dove l’acqua lascia il posto all’asfalto, ma fa freddo, per terra c’è di tutto e loro non hanno scarpe: “Ho visto quel ragazzo scioccato, con i vestiti fradici, i piedi come ghiaccio e la paura impressa negli occhi. Me lo sono messo in spalla e l’ho accompagnato fino all’ambulanza per i primi soccorsi. Tremava”. E Massimo si prende cura di lui: “L’ho spogliato e l’ho coperto perché si scaldasse e non ho mai smesso di dirgli che sarebbe andato tutto bene, che ce l’avremmo fatta. Che era salvo. Tutte cose normali”. Cose di uomini e umanità.

E poco c’entra il colore: “Siamo persone . Tutti”. L’uomo con il giubbino fluorescente e il ragazzone nero come la pece sulle sue spalle.

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