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«Così ho scolpito i morti di Marcinelle»

Dominique Stroobant: l’artista belga-carrarino racconta

CARRARA. A Marcinelle in Belgio c’è un monumento a 262 caduti sul lavoro: minatori di vari Paesi tra cui l’Italia, che l’8 agosto del 1956 persero la vita tutti insieme, in una tragedia che si consumò nelle viscere della terra, e che ancora oggi viene ricordata, e celebrata proprio l’8 di agosto come emblema della “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo», giornata istituita dal Presidente del Consiglio dei Ministri nel 2001, per non dimenticare una pagina dolorosa dell’emigrazione e del lavoro del nostro Paese. Lo ha ricordato quest’anno anche il ministro Giulio Terzi, rievocando il drammatico incidente di 56 anni fa nella miniera di carbone di Bois du Cazier.

Anche a Carrara la commemorazione è stata significativa, con una semplice ma intensa cerimonia, davanti al monumento dei caduti sul lavoro della provincia apuana: qui, moltissime delle vittime sono cavatori. Gente, che come i minatori, si trova a dover scendere sottoterra, nelle cave che sono in galleria; con la differenza che a Carrara i loro occhi si riempiono della luce bianca del marmo, mentre laggiù in Belgio i 262 che morirono, fra cui un operaio di Massa (Otello Bugliani, di Pariana, che aveva 43 anni), conobbero solo la nera fuliggine del carbone (ma quando il lavoro uccide, che colore ha?).

E per un gioco del destino, fra Carrara e quel lembo del Belgio con la famigerata miniera che oggi è un museo, c’è anche un legame forte che si chiama scultura. Il monumento alle 262 vittime, posto all’ingresso della miniera, è opera (a Carrara in pochi lo sanno) di un artista belga, il fiammingo Dominique Stroobant, 65 anni, trasferitosi a Carrara nell’agosto del 1970. Vive e lavora nel paese di Miseglia.

«Nel 1988 – racconta Stroobant con la semplicità di chi ha una vasta cultura, tanto che non smette mai di ricordare eventi ed episodi più disparati – a un mio ritorno dalla Svizzera a Carrara, mi chiamò Silvano Coltro, medico padovano, presidente delle associazioni Alcotò e Ital Mondo, formate da ex minatori italiani in Belgio. Aveva avuto un blocco di marmo dall’imprenditore carrarese Alvaro Mazzucchelli, e lo aveva messo all’ingresso della miniera di Bois du Cazier a Marcinelle. Dal 1956 quel sito era rimasto intatto dopo la tragedia. Fui invitato a recarmi là». Per realizzare un monumento funebre. «Presso l’officina della miniera installai il mio laboratorio e con l’aiuto di un altro artista, Philippe Toussaint (scomparso l’anno scorso), realizzammo il monumento».

Stroobant lo definisce «una spirale che scende verso l’inferno, un trapano», pensando alla miniera del disastro. La difficoltà – racconta – non fu scolpire il blocco di marmo bianco che avrebbe dovuto ricordare per sempre all’umanità il sacrificio di quei lavoratori, fra cui tanti italiani emigrati in Belgio (su 262 vittime di 10 nazioni diverse, 136 furono quelle italiane), forse ignari che l’Italia del dopoguerra, devastata e da ricostruire, aveva fatto un accordo col governo belga: un protocollo d’intasa del 23 giugno 1946, per l’invio di 50mila lavoratori italiani in cambio della fornitura ogni anno di un certo quantitativo di carbone.

Le condizioni di lavoro nella miniera erano difficili. L’8 agosto 1956 ci fu il terribole rogo.

Dominique Stroobant, poco più di trent’anni dopo, a Marcinelle si trovò fra le mani tre liste degli operai deceduti. «Erano diverse, i nomi non corrispondevano fra una lista e l’altra. Per un mese sollecitai le ambasciate dei Paesi di provenienza di quei minatori, e le anagrafi dei Comuni interessati. Alla fine ho potuto stilare la lista definitiva delle vittime. E sul blocco sono stati incisi i loro nomi, in ordine alfabetico, ciascuno con i caratteri della propria scrittura di origine: il cirillico per i minatori ucraini e russi, il greco per i greci, l’ arabo per gli algerini, e il carrattere latino per i belgi e gli italiani. Penso che l’unico mio vero merito sia stato proprio quello di avere pensato a questa piccola ma importante cosa, che ha colpito tutti. I nomi sono scritti a spirale attorno al blocco di marmo. Cominciai a inciderli in dicembre e finii in marzo. Avevo proposto di scriverli in rosso, come gli occhi degli dei greci, ma restò solo un’idea. Mi ricordo che fu un inverno con temperature a meno 15. Vivevo in fondo alla via presso un ex minatore diventato barbiere, e mangiavo in una trattoria di ex minatori pugliesi, che dicevano di me con orgoglio: “Questo è un fiammingo che parla italiano!”».

Stroobant all’improvviso, mentre narra, ha un altro spunto di riflessione: «Quella forse non fu la più grande catastrofe in una miniera della storia. Ma avvenne agli inizi dell’avvento della tv. Tramite le televisione e la radio quella vicenda venne “mediatizzata”».

Oggi, questo belga nato ad Anversa e divenuto ormai carrarino, continua a creare opere per coloro che gliele chiedono. Fa sculture (ma si è occupato anche di fotografia, ha costruito macchine fotografiche, scritto libri) che spedisce qua e là per il mondo, o nelle mostre. Ma non ne parla molto, anzi, taglia corto. E’ uno spirito anarchico, che si nutre di scienza, storia e arte. «Per sapere cosa faccio, basta cliccare il mio nome su internet».

Un altro suo flash: «Quando fu inaugurato il monumento, a Marcinelle, arrivarono delegazioni di minatori da ogni Paese». E così, ancora una volta Carrara, seppure per un evento tragico, ha messo il suo marchio nel mondo e attraverso una curiosa alchimia: i cavatori apuani hanno lottato per molti anni per vedersi riconoscere il loro lavoro fra quelli definiti “usuranti”, per essere assimilati ai minatori con la pensione anticipata; i cavatori apuani hanno lasciato una lunga scia di sangue sul lavoro; i cavatori apuani hanno scavato anche quel blocco che arrivò fino a Marcinelle grazie a un imprenditore carrarese. E un belga che viveva e vive a Carrara a contatto con i cavatori, un giorno tornò nella sua patria per scolpirlo.E L’8 agosto scorso, mentre quel monumento con i 262 nomi continuava a fare da sentinella alla miniera del ricordo, nella città del marmo in una piazza con le cave sullo sfondo e davanti a un altro monumento (opera di Floriano Bodini), dedicato ai caduti del lavoro della nostra provincia, si commemorava la tragedia di Marcinelle, “percorrendo” un ponte ideale da qui verso i popoli, verso gli emigrati, verso tutti i lavoratori del mondo.

Nella cerimonia non è stato citato (sicuramente senza alcuna volontà di escluderlo) Dominique Stroobant quale autore del monumento dedicato ai morti di Marcinelle.

«Ma non importa, non cerco pubblicità». Eppure lui, anche se non fisicamente, era lì: come tutti gli artisti del marmo, che silenziosamente creano stimoli per la memoria collettiva, quel ponte ideale di umanità lui lo aveva già percorso tanti anni fa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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