Quotidiani locali

Ortori e la “sentenza” sul risarcimento per la nube tossica

«I veleni della Farmoplant sono ancora nel territorio»

 MASSA.La transazione con cui il Comune ed Edison (ex Montedison) hanno chiuso la partita dei risarcimenti all'amministrazione civica per i danni provocati dal disastro Farmoplant del 1988, induce Simone Ortori, consigliere comunale di Sinistra Ecologia e Libertà, ma, soprattutto, autore del libro "Figli della Farmoplant", ad alcune riflessioni. Ortori non si sofferma tanto sulla "pochezza" del risarcimento riconosciuto al Comune - 700mila euro per un disastro "epocale" (i danni ambientali saranno riconosciuti soltanto al ministero) - ma invita la città e soprattutto i giovani a continuare a interrogarsi sulla vicenda dell'insediamento e poi del rogo della "fabbrica dei veleni".  «Mi auguro - scrive Ortori - che nelle scuole si discuta di questa sentenza e si parli di cosa è stata la Farmoplant, di come nella piana delle Apuane l'ottimismo industrialista sia tragicamente tramontato nella nube che ha coperto il cielo, quella mattina di luglio 1988. La cosa da evitare è dunque la rimozione della memoria, la riduzione di questa sentenza a tecnicismo: essa rappresenta, innanzitutto, la possibilità di parlare di una delle pagine più tragiche dello sviluppo industriale del nostro Paese.  Le produzioni altamente nocive, scientificamente insediate in autentiche colonie industriali, grandi porzioni di territorio sottratte all'autorità degli enti locali e su cui, come a Massa-Carrara, è stato sperimentato di tutto. Montedison, colosso delle partecipazioni statali, decide di specializzarsi nella chimica fine attraverso la produzione di fitofarmaci e insedia uno stabilimento a Massa nei primi anni settanta. La Farmoplant nasce nei momenti in cui la crisi occupazionale piegava qualsiasi obiezione, tappando per anni bocche, occhi, nasi ed orecchie.  Quello della Montedison-Farmoplant è uno spaccato di storia dell'Italia contemporanea, capace di descrivere il capitalismo straccione e lo Stato cassiere. A Massa ai risultati mediocri della produzione, si è sommato il grande affare dello smaltimento dei rifiuti che ha trovato tappa nell'inceneritore in cui si è gettato, e tentato di gettare, di tutto da ogni parte d'Italia e del mondo. I pozzi della zona industriale sono tutt'oggi inquinati perché i rifiuti liquidi, per essere smaltiti, sono stati pompati direttamente nella falda e quelli solidi interrati in diverse aree interne.  La storia della Farmoplant deve continuare a interrogare tutti i suoi protagonisti; chi ha lavorato nello stabilimento e chi ci viveva (e ci vive) attorno, coloro che ricoprivano ruoli politici e sindacali, i comitati di protesta, poiché se oggi è incontestabile il carattere altamente nocivo di Farmoplant, c'è una unità civile che deve essere ricostruita e messa al servizio della riscossa di un popolo inquinato che, conscio dei torti subiti, deve avere la forza di rivendicare i propri diritti.  La prima rivendicazione, su cui questa unità civile si deve misurare, è quella della salute; richiediamo più risorse in questo territorio per la prevenzione, l'assistenza, la cura, il risarcimento, per tutte quelle malattie derivanti dalla nocività degli insediamenti industriali. In questo senso gli errori del passato possono aiutare le scelte del presente. La proposta del comitato Mo Basta e altre associazioni del territorio, di investire i 700mila euro per riqualificare le frazioni, come Alteta, attorno alla zona industriale non può che trovarmi d'accordo.  In merito alla
questione del risarcimento per il danno ambientale che sarà corrisposto al ministero dell'Ambiente mi farò promotore di un'interpellanza per capire che tipo di percorso intende intraprendere l'amministrazione comunale per far sì che quei soldi abbiano una completa ricaduta sul nostro territorio».

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