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Manuela Peri, una passione azzurra

La giocatrice lucchese con più presenze in Nazionale (116) ricorda le sfide degli anni Settanta: dall’Europeo al Mondiale

LUCCA. 116. Il numero magico di Manuela Peri. Quello delle sue presenze con la Nazionale di basket, quello delle volte in cui ha ascoltato l’inno nazionale, delle partite in cui ha vestito la maglia azzurra. Dalle amichevoli al campionato d’Europa a Cagliari, nel 1974, quando lei e le sue compagne si misero al collo la medaglia di bronzo; al campionato del mondo del 1975, a Cali, in Colombia.

Manuela Peri è la lucchese con più presenze in azzurro, dopo di lei Barbara Costa, la compagna avversaria di tante sfide.

La partita che l’Italia di oggi, quella allenata da Roberto Ricchini, giocherà domenica al Palatagliate contro l’Estonia, prima gara di qualificazione agli Europei del 2015, Manuela Peri la guarderà sugli schermi della tv. Da anni ormai vive a Parma, da anni ha chiuso con la pallacanestro. Ma vedere le azzurre sul parquet della sua città natale non potrà non farle rivivere qualche emozione, non farla tornare con la memoria agli inizi della sua avventura sportiva.

Manuela Peri è nata in una famiglia di sportivi. Il padre Spartaco, morto nel 2011 a 91 anni, era stato calciatore della Lucchese e tra i fondatori del mitico Porta Elisa Basket.

«Era il 1966 – dice Manuela – avevo 13 anni e non facevo sport, ma ero piuttosto alta per la mia età. Non sapevo cosa fosse la pallacanestro, alla Cantoni c’era Piero Puliti che allenava e grazie a mio padre mi avvicinai. Cominciai a giocare in quella squadra, che prendeva parte alla serie B. Non c’erano palestre a disposizione, si giocava all’aperto, con il freddo, con qualsiasi condizione meteo. Ci siamo ritrovate anche a spalare la neve, pur di poter giocare».

Il salto della carriera di Manuela Peri arriva nel 1969, quando va in serie A, nella Lamborghini Bologna. Aveva 16 anni.

«Non fu facile - ricorda - lasciare casa e la famiglia ma i miei genitori mi aiutarono, mi appoggiarono. Ero la figlia più piccola, ci voleva tanto coraggio. Ricordo i pianti, non fu facile affrontare da sola la nuova realtà, anche se mi aiutò essere insieme a Patrizia Martini».

Giocò 17 partite nel primo anno di serie A Manuela Peri che era stata notata durante i concentramenti nazionali («ricordo che ce ne fu uno a Cortina, partimmo in 80»). A Bologna resta fino alla stagione 73-74, poi passa al Geas, la società più prestigiosa e con la quale vince subito due scudetti. Quindi cinque stagioni a Parma, fino al 1980-81, anno in cui smette. A Parma infatti Peri incontra l’uomo della sua vita, resta incinta e questa città diventa la sua.

Nel mezzo c’è però la Nazionale, dove arriva prima con la juniores (prima gara a Bari nel 1968) e poi in quella maggiore. «Ho ricordi bellissimi – dice Peri che giocava da esterna -. Dagli Europei a Cagliari dove conquistammo il terzo posto in una cornice di pubblico eccezionale ai mondiali dell’anno dopo in Colombia, a Cali, dove arrivammo quarte, sfiorando la qualificazione per le Olimpiadi. L’unica manifestazione a cui non ho partecipato».

Peri in Nazionale ha avuto come compagna un’altra lucchese, Barbara Costa e una giocatrice, Lidia Gorlin, che diventerà lucchese d’adozione.

«Costa - dice Peri - era un’amica, ci conoscevamo dai tempi in cui giocavamo a Lucca anche se in squadre diverse, si era fatta notare fin da ragazzina. In A eravamo avversarie».

E Gorlin? Battaglie epiche. «Io ero forte in difesa – dice Peri – e quando affrontavamo la squadra di Lidia mi mettevano sempre in marcatura su di lei. Era forte tecnicamente e fisicamente. Credo che sia grazie a lei che Lucca ha fatto quel salto di qualità che non era mai riuscita a fare, fino ad arrivare ai vertici dell’A1».

La pallacanestro femminile ieri e oggi. Che cosa è cambiato? «Oggi in campo c’è molta più fisicità - risponde - con le straniere è cambiato tanto, a scapito

però della crescita dei giocatori italiani, sia nel maschile che nel femminile. Purtroppo il basket rosa non è riuscito a crescere, a centrare risultati importanti come invece è successo alla pallavolo. E’ un limite, speriamo si riesca un giorno a superarlo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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